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16 agosto Tokyo-SF: The appropriate question is: “When the hell am I?”

Il mio ultimo giorno nella terra del Sol Levante inizia presto per gli standard occidentali di una vacanza. In realtà non avrei nessun motivo per alzarmi così presto, ma ormai sono sveglio e inizio a radunare e preparare le mie cose. Nel frattempo si alza anche Kentaro e ne approfitto per salutarlo e ringraziarlo dell’ospitalità, spero proprio di poterlo incontrare di nuovo un giorno. Mi incammino con tutti i miei bagagli verso l’ormai familiare stazioncina di Higashi-Azuma per prendere il trenino, incrocio molti studenti del liceo che sono vestiti proprio come nei cartoni animati e a Kameido entro da Starbucks a fare colazione. Non sono realmente giapponese, ma ho cominciato ad acquisire quelle piccole routine che con il passare del tempo ti fanno chiamare un posto “casa”. Oggi ho pensato di liberarmi dei bagagli lasciandoli in un armadietto alla stazione di Tokyo, così da poter girare con più libertà durante il giorno. Dalla stazione centrale ne approfitto per visitare il vicinissimo palazzo imperiale, che avevo intravisto il primo giorno ma con il buio. È una giornata davvero calda, non ai livelli di Hong Kong ma sembra quasi di essere di nuovo a Roma. Quel poco che si può vedere dall’esterno è una mezza fregatura, tanto che presto approfitto di una panchina per sedermi all’ombra e consultare la guida alla ricerca di qualcos’altro da vedere. Quando mi trovo in una capitale straniera ho questa strana predilezione per visitare il parlamento nazionale. Se vi può sembrare strano, sappiate che c’è gente che invece ama visitare cimiteri alla ricerca di tombe di persone famose, ecco, io questo lo trovo strano, forse più del visitare le case dove hanno vissuto le persone famose (ma su questo tornerò un’altra volta). Fatto sta che il parlamento non è molto lontano e ne approfitto per raggiungerlo a piedi. Purtroppo è una mezza delusione, una specie di scimmiottamento in piccolo del parlamento americano, che però non ho visitato, quindi un giorno potrei sempre pensare che quest’ultimo è un’esagerazione di quello giapponese. Non è possibile visitarlo, anzi, anche il viale che conduce all’ingresso è chiuso da un’altra cancellata. È quasi ora di pranzo e mi dirigo in mezzo ai grattacieli fino alla zona dell’hotel del mio amico, qui entro in un McDonald’s per mangiare un panino e pianificare il pomeriggio. Uno strano schermo luminoso mi bombarda a rotazione di informazioni sui prodotti del Mac e in pochi minuti sono assolutamente convinto di mangiare nel posto più salutare del mondo, oltre a scoprire che il bovino che sto addentando proviene niente meno che dall’Australia (Avresti mai pensato tu, bove, brucando erba secca sul ciglio del rosso deserto australiano, di finire nella pancia di un italiano a Tokyo? Spero di no per te, perché se io al posto tuo avessi avuto una tale notizia, sarei rimasto molto turbato). Forse influenzato dalla pesantezza del pasto, decido che un buon modo di chiudere in bellezza la mia permanenza in Giappone è visitare il museo del Sumo. Vado quindi alla fermata della metro e con estrema perizia faccio il biglietto giusto come un vero tokyese. Lo stadio del Sumo è un edificio veramente grande, si vede già dalla stazione della metro e quindi è impossibile mancarlo. La fregatura è che è chiuso e non trovo nessuna indicazioni su eventuali orari di visita. Mi faccio quindi una passeggiata nel vicino giardino di “Kyu-Yasuda”, un fresco parco con un bel laghetto al centro. Non mi do per vinto e decido di visitare il museo dell’epoca Edo, che poi è praticamente attaccato al palazzo del Sumo. Da lontano l’idea è quella di un’immensa astonave appena atterrata a Tokyo, e per chi è cresciuto a pane e mazinga non è niente di straordinario o impensabile. Visto che sono piuttosto certo di non essere il protagonista di un manga, mi avvicino con una certa cautela all’astronave, pronto a schivare di lato in caso di raggio laser. Arrivo incolume alla biglietteria dove mi spiegano come entrare nell’astronave e cosa vedere. Appena entro altre persone mi chiedono se desidero una guida che parla inglese, volontaria. Io accetto e dopo qualche minuto compare una gentilissima, simpaticissima e piccolissima vecchina con un kimono bianco che ridacchia ogni due o tre frasi e che mi guida all’interno del museo. La visita è interessantissima e il posto vale veramente la pena, se mai doveste capitare a Tokyo. È pieno di ricostruzioni in dimensioni reali, persino un intero teatro ed è tutto al coperto! La signora, che continua a farmi da cicerone e a ridacchiare, mi fa le solite domande che tutti i Giapponesi che ho incontrato mi pongono e commenta sempre annuendo e con un sonoro “Ooooh! Hi! Hi! Yes!”. Dopo quasi due ore, la mia guida si congeda molto desolata, spiegandomi che a quell’ora sarebbe arrivato un altro gruppo che aveva già prenotato la visita. Io proseguo da solo, ma senza i racconti della simpatica vecchina non è la stessa cosa, quindi decido di averne abbastanza e di tornare a recuperare i miei bagagli. Raggiungo l’aeroporto di Haneda con la monorotaia e lo trovo desolante. Ci sono pochissime persone e regna un silenzio irreale, rotto di tanto in tanto dal rumore dei carrelli elettrici. Per fortuna che c’è il Wi-Fi! Passo così in maniera insignificante le mie ultime ore giapponesi, prima di mangiare, stravaccarmi sulla poltroncina davanti al gate, telefonare a casa e aspettare la partenza del volo Japan Airlines alle 00:05 del 17 agosto (tenete bene a mente questa data).

Il volo procede tranquillo per tutte le nove ore e  trentacinque, fino all’arrivo negli USA alle 17:40 del… 16 agosto (sì, il giorno prima. Grazie, linea internazionale del cambio di data)! Un’agente della dogana mi rivolge qualche domanda di routine, incuriosita dal mio strano itinerario, poi mi mette il suo timbro e mi augura buona permanenza. Con il mio bagaglio a mano arrivo fino alla partenza del trenino per il centro città e, come da indicazioni di Gabriele, scendo a Civic Center e riemergo in superficie, dove fa un freddo bestiale! Arrivo da una delle giornate più calde incontrate a Tokyo e sono in pantaloncini e t-shirt e inizio letteralmente a battere i denti, oltre a spiegarmi il perché la gente sul treno mi guardava con aria strana. Ora devo solo trovare un taxi, ma abituato all’usanza europea dei tassisti di stazionare nelle piazze, non riesco a capire come trovarlo a SF, dove a quanto pare i tassisti girano senza sosta e senza meta per tutta la durata del turno. Dopo un po’ mi dico: “proviamo come nei telefilm”, alzo un braccio e voila! Un macchione enorme con scritto taxi si ferma e mi fa salire. Il tipo pelato alla guida sembra Bruce Willis e non è di molte parole, provo a parlare del tempo ma niente, non mi dà soddisfazioni. Finalmente arrivo al mio alloggio a SF, a casa del mio amico Gabriele che però non ci sarà durante la mia permanenza. Mi apre Michael, che mi mostra la stanza e mi chiede se ho fame. Gli rispondo ovviamente di sì e mi offre un piatto di carne che riscaldo nel microonde. Fa freddino e sono stanco, quindi mi sistemo, mi faccio una doccia, avverto il mondo che sono vivo e mi faccio spiegare da Michael cosa c’è di bello da fare e da vedere a SF. Poi mi “ritiro” nei miei alloggi dove mi addormento pensando a quanto sia strano sentirsi soddisfatti di essere sotto un piumone il 16 agosto (e che il decrescere della longitudine mi indica che ormai sono sulla via del ritorno).

Nota sul titolo: altro non è che la famosissima battuta di Doc Hemmet Brown di Ritorno al Futuro, in italiano  <<La domanda giusta è: “quando diavolo sono?”>>

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11 agosto, Tokyo: un indovino mi disse

Chiunque abbia letto “La svastica sul sole” di Philip K. Dick conoscerà il libro cinese degli oracoli I Ching. Tenete quindi bene a mente questa profezia scritta su un omikuji che ho preso al tempio di Asakusa (la riporto nella traduzione inglese così come è presente sul foglietto):

No. 47 REGULAR FORTUNE
Though you always desire to make up your request immediately, even if it takes too long, don’t worry about that. Just like step over many mountains, after so many hard work, your request will come out fine. Treasures and wealth will be in your hand without any trouble.

*Your request will be granted. *The patient will get recovered later on. * The lost article will be found soon. *Building a new house and removal are both well. *To start a trip and its destination are both well. *Marriage and employment are both well.

La giornata inizia con me che mi alzo e scopro il primo difetto della stanza giapponese, se la sera precedente avete letto prima di addormentarvi, fate molta attenzione o calpesterete gli occhiali rompendoli. Esco alla ricerca di un ottico per farli riparare perché già non ci vedo, se poi devo pure decifrare le scritte giapponesi senza occhiali stiamo a posto. Faccio altre due scoperte: i giapponesi non capiscono una parola di inglese e i negozi non aprono prima delle 10.30-11. Al semaforo fermo una signora dall’aspetto europeo confidando nel fatto che almeno lei parli inglese. Si rivela essere una gentile signora russa che parla sia inglese che giapponese e vive da sette anni in Giappone. Mi accompagna dall’ottico dove ci fanno accomodare su due poltroncine bianche davanti a un banchetto bianco in un negozio tutto bianco (non fatevi venire l’orticaria per la ripetizione di bianco, la ripetizione è tipica della scrittura giapponese). Mentre la signora russa spiega auna commessa vestita di bianco cosa è successo ci servono del thè verde dentro tazze bianche. La riparazione richiede pochi minuti e non mi fanno pagare neanche uno yen. Mentre mi dirigo verso la metro in compagnia della signora russa, mi suggerisce di andare a vedere il tempio di Asakusa. Seguo il suo consiglio e mi ritrovo immerso in una folla immensa di turisti. Il tempio è in effetti interessante ma troppo affollato per i miei gusti. Per 100 yen, estraggo una bacchetta con un numero sopra, poi apro il cassettino con il numero corrispondente e prendo un foglio con sopra scritta una premonizione. Mentre passeggio per Asakusa mando un messaggio al mio amico Christian anche lui per caso a Tokyo in quei giorni e ci accordiamo per vederci più tardi. Faccio un incontro straordinario con un anziano signore che parla inglese (questa cosa che l’inglese lo parlano esclusivamente le persone più anziane sarà una costante). Partendo dal calcio, da Nakata e da Zaccheroni mi fa un lunghissimo discorso sul fatto che il popolo giapponese vuole la pace nel mondo e sull’attitudine dei ragazzi occidentali a venire in Giappone per portarsi a letto le ragazze giapponesi, senza comunicare, la sua parola chiave, per niente, intercalando ogni tre parole “You know?”. Vorrei ascoltarlo per ore, ma l’appuntamento con Christian mi costringe a prendere di corsa la metro. L’appuntamento con Christian è alla stessa fermata dell’appuntamento con Kentaro, ma non ricordo l’uscita per cui non riusciamo ad unirci al gruppo giapponese. Ci facciamo una passeggiata e visto che non avevo ancora pranzato, entriamo in un piccolo ristorante. Ordino un piatto a base di riso e manzo (niente male) e da bere ci servono una strana acqua con un retrogusto tra caffè e fumo passivo. Se non fosse che è freddissima e noi assetati probabilmente l’avremmo lasciata lì dov’era. Al momento di pagare mi accorgo di non trovare più il portafoglio. Attimi di panico, mitigati dal fatto che conoscendomi avevo già previsto questa eventualità e quindi nel portafoglio portavo solo il necessario per le spese del giorno, il resto dei soldi, delle carte e dei doumenti era nascosto in vari anfratti e tasche che il viaggiatore esperto conosce bene. Faccio mente locale e mi ricordo di aver tirato fuori il portafoglio alla stazione di Asakusa per comprare il biglietto, quindi decidiamo di tornare indietro a cercarlo, ma ci credo poco. Arriviamo in stazione e vado alla ricerca della signora della metro che mi aveva aiutato a fare il biglietto. Mi accompagna dalla guardia e le spiega cosa è successo. La guardia non si scompone e chiama l’ufficio oggetti smarriti. In effetti hanno trovato un portafoglio, mi fanno descrivere il mio e non corrisponde. La signora però insiste e in effetti la differenza tra la mia descrizione e quella dell’ufficio è di una sfumatura cromatica: io dicevo grigio, loro dicevano argento. Ci accompagnano quindi a vedere questo portafoglio ed è il mio! Decisamente più sollevati riprendiamo i nostri giri.

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10 agosto, Tokyo: amore e desiderio di fratellanza con il popolo giapponese

Il viaggio tra Hong Kong e Tokyo è un trasferimento noioso, in un aereo praticamente vuoto. Atterro alle 18 e devo aspettare fino alle 22 per incontrare il mio ospite Kentaro, per cui decido di prendere il treno per la stazione centrale di Tokyo e lasciare lì la valigia. Primo incontro con i treni giapponesi: costano uno sproposito ma spaccano il secondo. Arrivo a Tokyo che è già buio, visto che in Giappone non si usa l’ora legale ma decido comunque di fare una passeggiata. In realtà torno quasi subito in stazione perché non so quanto ci vorrà ad arrivare al luogo dell’appuntamento. Arriva così il primo impatto con le biglietterie automatiche: una parete enorme di scritte per lo più in giapponese e varie tariffe in base a dove si vuole arrivare sovrasta una fila di macchinette. Ora dico, giapponesi cari, c’è arrivata anche Trenitalia a fare delle macchinette che ti dicono quanto pagare per arrivare nel posto che digiti, perché mi costringete a dovermi prima cercare a mano quanto devo spendere per dirlo poi alla macchinetta? Capite che l’errore è dietro l’angolo, tanto che ad ogni stazione ci sono altre macchinette dedicate all’adjustment fare, che in base al biglietto che inserisci ti dice quanto manca (che significa che macchinette più facili le saprebbero fare). In effetti la metro a Tokyo sembra più la sala slot di un casinò, tra macchinette, lucine colorate, musichette e il rumore delle monete di resto che cade nei vassoi di metallo. Comunque riesco a fare il biglietto, a sbagliare fermata, tornare indietro e arrivare a destinazione con un’ora di anticipo più o meno in quest’ordine. La stazione di arrivo è qualcosa di veramente piccolo, al cui confronto Torricola potrebbe sembrare la stazione Termini e per ingannare il tempo mi metto a leggere seduto su un muretto. Finalmente incontro Kentaro che mi accompagna a casa sua, una moderna casettina dove devi ovviamente toglierti le scarpe sull’uscio e la mia camera ha un’enorme porta scorrevole (più una parete, ma non è di carta), è completamente vuota e si dorme sul futon. Ora, dovete sapere che dormire a pochi centimetri da terra, su una superficie rigida è una delle cose che preferisco di più. Chiacchiero un po’ con Kentaro che mi invita per il giorno dopo a una passeggiata che sta organizzando con un’associazione culturale di cui fa parte, poi esce e io me ne vado a dormire.

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