9 agosto, Hong Kong: a spasso con Vicki

Mi alzo la mattina sapendo che devo far lavare i pochi vestiti che ho portato e chiedo a Vicki dove posso trovare una lavanderia. Vicki mi dice che ce n’è una lì vicino ma che apre un po’ più tardi, per cui mi propone di andare a fare una “vera” colazione come si fa a Hong Kong che consiste nientemeno che in una ciotola di spaghettini in brodo accompagnati da uova e prosciutto, tutto innaffiato con del the. Dopo questa abbondante colazione portiamo le mie cose in lavanderia dove al modico prezzo di 4 euro ho diritto a, come diceva Totò, “lavatura, stiratura e asciugatura!” (o “lavatura, asciugatura e stiratura!”, purtroppo non ho accesso a internet in questo momento per poter controllare la citazione corretta). Il concetto di colazione è una delle cose più affascinanti da esplorare quando si va in un nuovo paese, insieme al modo di contare con le dita e  alle cose che si possono fare e non si possono fare in pubblico e a tavola. Per cui s ono piuttosto entusiasta all’idea di provare una colazione locale, che consiste in: spaghettini in brodo, frittata e prosciutto cotto, tutto innaffiato da un tazzone di the (scusatemi ma questa storia di usare “innaffiato” per indicare cosa si beve a tavola l’ho letta talmente tante volte che morivo dalla voglia di usarla anch’io).
Dopo questa abbondante colazione ci facciamo una passeggiata nel quartiere alla scoperta dei mercati locali di carne e pesce. Ci si infila in vicoletti minuscoli creati dagli spazi lasciati tra un grattacielo e l’altro e dietro ogni porta ospita un qualche tipo di bottega, le scritte in cinese non mi consentono di capire che cosa si vende all’interno, ma l’odore che proviene fa un po’ da traduttore universale e mi lascia immaginare che cosa si nasconde dietro le tende. Il mercato vero e proprio  è un miscuglio di bancarelle di carne, verdura e pesce che si susseguono casualmente, con alcune particolarità: le vecchiette contrattano strenuamente, urlando e maltrattando la merce, gran parte della merce è viva o essiccata. Quella viva, ad esempio le galline, una volta scelta viene portata nel “retrobottega”, uccisa, pulita e consegnata. Prendiamo anche il tram, che a Hong Kong è a due piani e saliamo ovviamente su quello di sopra, posizionandoci sui posti più avanzati. Il viaggio è divertente e il vento in faccia rende piacevole anche l’afa tropicale. Sostanzialmente passiamo la mattina a girare senza meta. Verso l’ora di pranzo mangiamo del riso e continuo a far fatica con le bacchette. Poi torno indietro a ritirare i miei vestiti perfettamente puliti. Nel pomeriggio decido di passarlo tutto a Kowloon dall’altra parte della baia, perché devo cercare un nuovo caricabatterie per il tablet. Vado a {nomedelposto} dove c’è la più alta concentrazione di negozi di cineserie tecnologiche. In pratica una successione senza fine di cubi di 2m di lato stipati all’inverosimile di tablet, cellulari e altri accessori pieno di gente in caccia dell’affare. Nessuno ha un caricabatterie per il mio tablet finché non passo davanti a un negozio più grande che ha proprio il mio tablet in vetrina, per cui entro fiducioso. In effetti il ragazzo al banco mi dice di avercelo, ma faccio veramente una figura da tardivo digitale quando prende il mio caricabatterie sedicente rotto, con un clic toglie e rimette la presa e…magicamente funziona di nuovo! Incasso il colpo con un sorriso (che ho scoperto essere l’arma definitiva, anche per far passare un bagaglio a mano che sfora di mezzo chilo il limite permesso: sorridi mentre dici che vuoi portarlo con te, sorridi e annuisci mentre ti chiedono di posarlo sulla bilancia, sorridi mentre lo posi, sorridi mentre leggi il peso e lo togli della bilancia, sorridi mentre ringrazi la ragazza al banco e porti via con te la valigia) e chiedo informazioni su qualche accessorio che ovviamente non comprerò. Passo il resto del pomeriggio a gironzolare e a cena decido di andare in un posto che mi è stato consigliato dai miei ospiti. Il posto si trova dentro Chungkin Mansion, che qualcuno di voi probabilmente conosce, tanto è cattiva la sua fama. In pratica si tratta di un palazzone pieno di piccole stanze a buon mercato, in teoria da usare come abitazioni, ma in pratica per i primi due piani usati per i traffici più disparati e nei piani successivi come ostelli a prezzo bassissimo. Qui la tecnica del sorriso non funziona, per cui entro sicuro di me senza guardare in faccia a nessuno fingendo di sapere bene dove vado, mentre vengo importunato da venditori di cose varie e più o meno legali. Purtroppo la mia copertura salta presto quando, non trovando il posto al primo colpo torno indietro. Finalmente trovo il posto che mi era stato consigliato e entro. Sono solo tre tavolini, due già occupati da un tipo che maneggia pastiglie e da due signori di colore con delle enormi valigie che stanno commerciando tra di loro auto usate da inviare in Africa (e credo rubate, visto che uno rassicurava l’altro che gliele avrebbe “procurate” con la guida dal lato giusto). Ordino il mio curry e mi siedo tranquillo a mangiare, mentre ognuno continua per i fatti suoi e la tv manda una qualche diretta da una moschea pachistana. Dopo qualche minuto che mangio lentamente il mio curry, entrano due imam vestiti di bianco che salutano i proprietari del locale. Il tipo delle pasticche li saluta e tra mille ossequi si alza e cede il tavolino. I due imam mi gettano uno sguardo distratto e cominciano a parlare tra di loro. Mi sento un po’ un agente segreto che origlia le conversazioni di due pericolosi terroristi in un posto tropicale sperduto, tanto che comincio a fingere di fingere di non capire e se solo avessi saputo come chiedere il conto in arabo, probabilmente l’avrei fatto. La serata più o meno finisce qui, visto che il giorno dopo devo partire per Tokyo molto presto.

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8 agosto, Hong Kong: annamo a Stanley Beach!

La mattina mi alzo e sono quasi le nove, considerando che devo fare colazione e comprare la crema solare, non arriverò in spiaggia presto. Il percorso prevede la metro fino al capolinea e poi un minibus. Arrivato al capolinea della metro però non trovo indicazioni su dov’è la fermata, per cui prendo una direzione a caso che si rivela ovviamente sbagliata. Vedo una signora dietro un banco con scritto “Infrormation” e mi avvicino per chiederle informazioni. Lei però non parla inglese, capisce solo minibus e mi porge carta e penna per scrivere la linea che mi serve. A gesti mi fa capire che devo tornare indietro e prendere l’altra uscita. In effetti il capolinea del minibus è esattamente sotto la metro. Dopo un tortuoso percorso nelle campagne (e foreste) di Hong Kong giungo a Stanley Beach. La spiaggia non è larghissima ma è anche poco affollata, inoltre degli alberi che non conosco crescono a pochi metri dalla riva creando una freschissima tettoia naturale. Se ci aggiungiamo che la spiaggia è libera e comprende molte docce calde, dei bagni e degli spogliatoi larghi e pulitissimi tutti gratis, capirete che inizia a palesarsi parecchia soddisfazione! Inizia a questo punto il ripetitivo ciclo “bagno-asciugo-crema-sole-leggo” fino all’ora di pranzo, quando raggiungo l’unico posto disponibile per mangiare che offre una discutibile pizza “Margarita”. Tornando in spiaggia noto alcuni cartelli e scopro che: la zona è di tanto in tanto frequentata da squali; anche a Hong Kong la diceria che impone di non fare il bagno dopo mangiato è piuttosto diffusa (mi viene quasi voglia di scrivere a Giacobbo e mobilitare Voyager per mettere fine a secoli di oscurantismo. Dico Giacobbo perché so che Piero Angela a questa cosa ci crede, me l’ha raccontato suo figlio Alberto). Dopo qualche altro bagno decido di averne abbastanza e me ne torno a casa. Mi faccio una bella doccia e vado a prendere lo Star Ferry che porta dall’altra parte della baia. Il traghetto è una bagnarola verde che però svolge instancabilmente il suo lavoro alla ragionevole cifra di 25 centeseimi di euro, offrendo nel frattempo una vista spettacolare. Rimango sulla costa perché alle 20 c’è “a symphony of lights” uno spettacolo di luci e suoni creato installando sui grattacieli di Hong Kong delle luci colorate che si accendono a ritmo di musica. Alla fine prendo di nuovo il traghetto per tornare indietro e dopo essermi perso per l’ennesima volta riesco a tornare a casa, dove mi addormento cullato dal fresco del condizionatore.

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7 agosto, Hong Kong: nel quale il nostro eroe, novello esploratore, mette a repentaglio la propria vita

Al mattino mi sveglio piuttosto presto e in un bagno di sudore, tutto questo perché prima di addormentarmi, sentendo freddo, ho spento l’aria condizionata. Un errore che non si ripeterà nei giorni successivi. Il primo compito della giornata è di trovare qualche opuscolo turistico che possa guidarmi in giro, visto che per risparmiare peso ho deciso di lasciare le guide turistiche a casa e purtroppo le versioni elettroniche sono di difficile consultazione. Su internet (vi ho detto che a Hong Kong il wifi a momenti è anche sugli alberi?) scopro che un ufficio informazioni è sul Peak. Molto bene, visto che era proprio dove volevo andare. Prendo la metro per Central e qui ne approfitto per fare un giro nel grattacielo della HSBC. Si può salire anche al primo piano, ma non si possono fare foto per rispettare la privacy dei clienti; un vero peccato, perché c’era un’enorme vetrata sull’esterno alle spalle degli uffici e sarebbe venuto fuori un controluce davvero d’effetto. Prendo il tram che si arrampica fino al peak, facendo attenzione a chiedere un biglietto di sola andata e senza accesso alla terrazza del centro commerciale, visto che di default cercano di venderti il pacchetto completo: deciderò solo una volta arrivato su come scendere. Il centro commerciale costruito su questa cima rovina davvero il panorama, ma basta allontanarsi un po’ per goderselo senza la sua irritante visione. Trovo anche gli opuscoli che cercavo, con degli itinerari a piedi per scoprire Hong Kong. Decido di mettere alla prova il mio fisico intraprendendo il lungo sentiero (140 minuti) che fa il giro del Peak e ridiscende in centro passando per un sito abbandonato che risale ai tempi dell’invasione giapponese. Il sentiero è pavimentato e immerso nel verde, solo che il caldo è sfiancante. A metà percorso mi siedo sotto un padiglione per riprendere le forze. Sarei ancora in tempo per tornare indietro ma decido che voglio continuare. Dopo un po’ arrivo alla deviazione per il sito abbandonato: un rosario di scalini senza fine. Comincio a scenderli sperando di non doverli risalire. Il caldo, la fatica e un sacco di rumori sconosciuti piano piano mi spaventano a tal punto che arrivato giù lancio una rapida occhiata intorno ma non mi avventuro oltre e torno indietro. Sono più morto che vivo quando raggiungo il sentiero principale: senza più acqua, con i vestiti grondanti di sudore sotto il sole tropicale delle 13 e con il fiatone. Mi siedo per riprendere fiato e poi continuo a scendere. Dopo qualche centinaio di metri la beffa: continuando all’interno del sito abbandonato avrei trovato un sentiero che si ricongiungeva a quello principale. Fossi stato più audace mi sarei risparmiato una bella fatica. Alla fine della discesa c’è il capolinea di un minibus, tipico mezzo di trasporto di hong kong che consiste appunto in un minibus da 16 posti. Questo mi riporta in centro dove vado a caccia di cibo, lo trovo in un microscopico ristorante in un vicoletto dove si condivide il tavolo con gli altri avventori. Spendo poco e mangio dell’ottimo riso con del maiale arrostito. Riconciliato con il mondo, proseguo la mia visita consultando la guida che ho trovato al centro informazioni ma è piuttosto deludente: le passeggiate in centro includono pochissimi punti interessanti e molti negozi, inoltre le cartine e le indicazioni sono piuttosto imprecise, per cui mi perdo spesso. Degno di nota è solo il tempio di Man Mo. Dopo un panino per cena decido di tornare a casa, dove continuano le mie avventure. Il codice che mi era stato dato per aprire il portone era errato, per cui dopo una serie di tentativi esce il portiere inveendo in cinese contro di me. Gli mostro il foglietto con il codice e le indicazioni, al che capisce cosa è successo e mi fornisce il codice corretto. In casa non c’è nessuno e ne approfitto per farmi una doccia e per scoprire che il caricabatterie del tablet è rotto. Dopo un po’ rientra anche la mia ospite Vicki e ci mettiamo a chiacchierare mangiando cocomero. Mi suggerisce, visto che è previsto bel tempo per il giorno successivo, di andare al mare. Accetto volentieri il suo consiglio e rifletto sul mio strano bagaglio che contiene sia un pile che un costume da spiaggia. Immerso in queste profonde riflessioni, mi addormento.

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6 agosto, verso Hong Kong: bollente fuori, gelido dentro

Cominciamo con una considerazione generale: a Hong Kong ci si perde con una facilità disarmante (non che sia un male). Sin dai primissimi minuti ho faticato non poco a trovare il controllo passaporti e il capolinea dell’11E, l’autobus che avrebbe dovuto portarmi in città. Non capire il cinese però non è un problema, perché probabilmente chiederete informazioni a chi non capisce l’inglese, per cui reciprocamente non ci si capirà, almeno siamo pari. Comunque, con gesti tanto plateali da far invidia a noi italiani e con l’aiuto di carta e penna su cui tracciare numeri, cartine abbozzate e strani ideogrammi alla fine si riuscirà a ottenere quello che si chiede.
Ma procediamo con ordine (per usare un cliché). Arrivato all’aeroporto di Heathrow va tutto liscio fino al momento dell’imbarco: si accende una lucetta rossa quando la hostess passa la mia carta d’imbarco sotto il lettore. Per fortuna nessun problema, solo un cambio di posto. Il 747 è un bestione enorme, davvero, dovrò passarci dentro le prossime 12 ore. Alla partenza momenti di tensione: un passeggero seduto accanto a me è al telefono e fa lo gnorri quando le hostess gli chiedono di spegnerlo. Lo sguardo degli altri passeggeri è catalizzato sulla mia fila, alcuni con occhi sgranati neanche avessero appena incontrato il diavolo in persona. Appena l’aereo inizia a muoversi, vedendo che il passeggero continua a parlare, con tono deciso e perentorio gli busso sulla spalla e gli dico: “Sir, you have to switch off your phone NOW!” Lui mi guarda spaventato, spegne il telefono e mi chiede scusa. Mentre procediamo sulla pista di decollo mi rendo conto che questo coso vola solo per l’incrollabile fede dei suoi progettisti; il giorno che a uno di loro verrà un dubbio spero di essere a terra. Il volo procede un po’ ballerino verso la meta tanto che tra me e me penso “ma guarda se tra tanti bei posti dobbiamo proprio cadere sulla testa di un contadino ucraino!”. Altre note di colore: si mangia un sacco, si dorme abbastanza bene, il sistema di intrattenimento di bordo sembra l’hard disk di un nerd brufoloso, tanto è colmo di serie tv e film, faccio la pipì mentre passiamo su uno yak (caro yak ne approfitto per chiederti scusa, non te la prendere e fai tanto latte per i tuoi padroni tibetani).
Arrivato a Hong Kong mi misurano la temperatura con una telecamera per vedere se ho la febbre, non sto scherzando. Io, che avevo un po’ di mal di testa, temo di venir fermato e messo in quarantena, cosa che ovviamente non accade. Scopro che per motivi strani la mia sim non funziona, per cui per 10 euro ne compro una di hong kong, con una tariffa verso l’Italia di appena 2.5 centesimi al minuto!
Dopo un’ora di autobus arrivo al mio alloggio a Tin Hau, sull’isola principale scoprendo che:
1. A Hong Kong alle 19 fa buio
2. Il caldo all’esterno è tanto asfissiante quanto è pungente il freddo all’interno.
La stanza dove alloggio è molto carina anche se molto piccola, la mia ospite molto gentile e simpatica. Mi sistemo con calma, mi faccio una doccia e me ne vado a dormire.
Nota finale: il jet lag proprio non l’ho sperimentato, tanto che comincio a dubitare della sua esistenza e a questo punto di molte verità che davo per scontate: davvero la terra è tonda? La forza di gravità esiste davvero? Dopo la pioggia escono le lumache? L’unica certezza che vi lascio e alla quale dovete ancorarvi è: un pacchetto di patatine comprato in pianura si gonfia se portato in montagna.

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4 – 5 agosto, Londra: Casa Italia e clima britannico

Iniziamo con una considerazione molto nerd: Seatguru è un’invenzione brillante e funziona benissimo. Cos’è? Un sito che, inserendo il numero e la data del tuo volo ti mostra la mappa dell’aereo indicando in verde i posti più comodi e in rosso quelli da evitare. Il responso per i volo BA 559 è stato: 12K. In pratica la prima fila della classe economy con un sacco di spazio davanti a me. Arrivato comodamente a Londra, fa piacere sapere che la mia Oyster ancora funziona e che avevo ancora una sterlina. Un’altra cosa che fa piacere è la fermata della metropolitana dentro l’aeroporto, altro che Leonardo Express! In 40 minuti sono in ostello a Chelsea (o Fulham, la mia scarsa conoscenza della toponomastica londinese non mi permette di capire dove inizia uno e finisce l’altro).

L’ostello mi fa un’ottima impressione. La pulizia è quella tipica delle camerate (non aspettatevi quindi pavimenti su cui potete mangiare), ma l’ambiente è molto tranquillo, che mi fa presagire una notte serena (e un riposo tranquillo, aggiungerà mentalmente più di qualcuno).

Dopo aver lasciato la valigia, esco in direzione Casa Italia, a Westminster per raggiungere il clan Serra al completo. In teoria ci dovrebbe essere la “festa” per la medaglia d’oro di Jessica Rossi, dico in teoria perché in pratica Casa Italia è stata presa d’assalto dalle fan (e dai fan, perché le cose van dette) di Marco Mengoni. Verso le 23 desistiamo da fare la fila e ci facciamo una passeggiata lungo il Tamigi. Decidiamo che si è fatta una certa verso mezzanotte, per cui un salto in metro e a dormire.

Il mattino successivo (dopo una notte davvero tranquilla) scendo al pub a fare colazione. Non ve l’avevo detto, ma le camere dell’ostello sono niente meno che le camere sopra il pub, tanto che si accede ai dormitori da una porticina all’interno del locale. Bancone di legno, una sterlina e cinquanta per cibo a volontà. Una nota curiosa: un tavolo riporta un cartello con scritto che è riservato tutti i giorni a partire dalle 3 del pomeriggio. Fuori piove ma non troppo, per cui mi incammino verso la metro. Neanche a farlo apposta, esattamente a metà del percorso si scatena un bell’acquazzone. Mi riparo sotto una pensilina e chiedo a una signora se crede che continuerà per molto. Lei cortesemente mi risponde che di solito smette dopo cinque minuti e mi suggerisce di saltare sull’autobus in arrivo per raggiungere la metro. Purtroppo i fatti la smentiranno di qualche ora.

Arrivato a Embankment cerco un buon punto per guardare la maratona e, vuoi per l’esperienza “maturata” sui circuiti di Formula 1, vuoi perché molte persone avevano scelto di non sfidare il maltempo, trovo un ottimo posto con una visuale eccellente. Dopo qualche giro, raggiungo gli altri in un punto diverso del tracciato. Il clima è bello: tutti tifano per l’atleta di Timor Est che arranca in ultima posizione ma che presto, spinta dal pubblico e aiutata da un cedimento dell’atleta irlandese, la raggiunge e la sorpassa. Dopo aver mangiato un panino, decidiamo di attraversare il Tamigi per andare a vedere aMAZEme, un labirinto costruito con 250.000 libri. Lo tengono ben nascosto, tanto che prima di trovarlo vediamo nell’ordine:

  1. un ritorante messicano costruito con dei container;
  2. l’orribile National Theatre;
  3. un mercatino di prodotti gastronomici, dove assaggiamo un curry del Madagascar preparato da un calabrese nato a Torino e ci roviniamo la bocca condendolo con una salsa di peperoncini che, a detta sua, sono i più forti del mondo (e detto da un calabrese…)
  4. una caffetteria che serve Caffè Vergnano gestita interamente da italiani.

Finalmente troviamo l’esposizione e devo ammettere che è molto interessante, ovviamente scatta subito la ricerca di libri in italiano (nessuno), libri scritti da italiani (abbiamo trovato Il pendolo di Foucault di Eco), libri non in inglese (un’edizione svedese dei tre porcellini) e libri doppioni (svariati).

Ci spostiamo verso la Tate Modern, io da qui proseguo per tornare all’ostello a ritirare la valigia e andare in aeroporto: destinazione Hong Kong (ma questa ve la racconto tra qualche giorno).

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Days 2 – 7: di bene in meglio

Ho raggruppato questi giorni più perché non ho avuto tempo di scrivere giorno per giorno che per un motivo specifico. Devo dire che se inizialmente qualche volta ho pensato di “riaprire” l’account, con il passare dei giorni ne sento meno l’esigenza.

E ai tuoi amici non ci pensi?

Non è che non ci penso, semplicemente le dinamiche di contatto sono differenti. Se vuoi sapere che fanno o comunicare quello che ti passa per la testa è sufficiente un SMS, Whatsapp o un’email che tra l’altro ti garantiscono di dare/ottenere informazioni in maniera chirurgica: tanto segnale e poco rumore, per cui direi che ci ho guadagnato!

Certo, manca la componente guardona di facebook, quella per cui sbirci nelle bacheche e nelle foto dei tuoi amici per capire cosa fanno, ma riflettendoci bene, non vi sembra un po’ morbosa come idea?

Ma senza facebook cosa fai?

Ci sono 5,100 656 × 10^14 m² lì fuori, credo che qualcosa da fare lo troverò! 😉 Scherzi a parte, ho iniziato a studiare una nuova lingua, il tedesco, sia su youtube che su un sito collegato al canale e questo, oltre a essere molto stimolante, mi porta via un bel po’ di tempo ogni giorno. Poi ho riscoperto il mio vecchio amico StumbleUpon, praticamente una risorsa inesauribile di cose interessanti. Ah, potete sempre pensare di riprendere in mano qualche vecchio progetto e portarlo avanti! (Questa la capiranno in pochi).

Allora non torni 😦

Mai detto questa cosa. Diciamo che l’esperienza è molto interessante e decisamente meno sofferente di quello che può sembrare, quasi sicuramente mi aiuterà una volta tornato a usare facebook in modo diverso.

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Day 1: ero un abitudinario

La giornata inizia propositiva e fiduciosa: tornare a guardare la tazza piena di caffellatte e non il cellulare per controllare le notifiche e i like mentre si fa colazione sembra una grande conquista di civiltà.

Già da questo primo giorno si può sfatare un mito: eliminare facebook non aumenta la produttività. Ci sono talmente tante “risorse” per perdere tempo sul web che anche la rinuncia al social network per antonomasia viene immediatamente riempita da altro.

Certo, dopo un po’ ti rendi conto che avresti voglia di “condividere” qualcosa su facebook e apri senza pensarci una nuova finestra, poi ti rendi conto che in realtà su facebook non ci sei più e la cosa ti lascia perplesso. È un po’ come quando si rompe l’orologio e per un po’ involontariamente ti guardi il polso per leggere l’ora. Alla fine, per evitare di riattivare l’account, funziona chiedersi: “Ma cosa ne penserebbe il Grande Capo Estiquaatsi del fatto che sono preoccupato per aver prestato la bici?”. Se la risposta del grande capo è la sua classica (“Estiqaatsi… pensa che se tu prestato bici significa che ti fidi, e quindi Estiqaatsi… pensa che non deve essere preoccupato!”) vuol dire che la preoccupazione puoi tenertela per te.

Poi ci sono le reazioni delle persone, dai curiosi di sapere come va a finire a quelli che cercano di “farti rinsavire”. Questi ultimi possono essere davvero scoccianti, ma vi voglio bene lo stesso!

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Day 0: Now what?

Comincia l’esperimento “La vita senza facebook ai tempi di facebook”.

Disattivare l’account è stato semplice, vediamo come va da domani. Per chi proprio non può fare a meno di “sbirciare”, non gli resta che questo blog, twitter, flickr un Lifestream che racchiude un po’ tutto quello che scriverò e penserò in questo mese: http://www.giovannitufo.com/stream/

Forse ci si sente fra un mese in piazza facebook, forse… perché magari ci prendo gusto a fare l’eremita!

 

 

 

Una strage silenziosa sulle nostre spiagge

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Tutte le estati c’è una strage non raccontata, uno sterminio di giovani del quale i telegiornali tacciono. Se chiedete di questo pericolo a qualsiasi bagnante vi risponderà così: “È successo proprio la settimana scorsa, me l’ha detto una mia amica alla quale l’ha raccontato sua zia. Deve essere vero.” A questo punto avrete capito di cosa sto parlando: delle decine, che dico, centinaia di morti all’anno dovuti al bagno dopo mangiato. Una saggezza tramandata dalle nostre nonne, eppure non una pubblicità progresso, non una campagna, neanche un semplice cartello che ci metta al riparo da questo rischio. Basterebbe seguire la semplicissima regola già conosciuta dai nostri avi:

Kcal del pasto / numero di portate x 3

(i puristi storceranno il naso perché la formula completa include anche il quadrato dei grassi saturi e la radice cubica dei carboidrati, ma i risultati di questa formula sono sicuri anche per un pranzo di matrimonio) o più semplicemente le canoniche tre ore. Come vedete è semplice prevenire, per cui mi domando: Ministro Maroni, cosa aspettiamo?

Pollo all’arancia (Buoni da morire #1)

Incomincio qui un’altra rubrica (come al solito saltuaria ed eventuale), stavolta di cucina. Da un po’ mi diletto a sporcare la cucina nel mio appartamento provando ricette trovate su internet o suggerite da amici. La prima ricetta che propongo mi è stata suggerita da una carissima amica (incidentalmente anche collega di lavoro, ma prima di tutto amica) e il mio primo pensiero assaggiandola è stato “Buona da morire!“. Da qui il titolo della nuova rubrica: Buoni da morire, appunto.

La ricetta è facilissima e veloce, ideale per cominciare a sporcare la cucina senza demoralizzarsi.

Ingredienti

  • Petti di pollo
  • Olio (mi raccomando extravergine di oliva, che è più buono e fa meno male!)
  • Burro (io però non l’ho usato, solo olio)
  • optional: un po’ di cipolla
  • Arance
  • Farina
  • Sale
  • Pepe

Come potete vedere mancano le quantità, io sono andato ad occhio anche perché la ricetta è facile. Nel mio caso ho preparato 3 petti di pollo, ho usato due arance e poco olio.

Preparazione

Tagliare il pollo a bocconcini (o a dadini, se ci si sente particolarmente geometrici), infarinarlo (io l’ho fatto un bocconcino alla volta, con molta cura) e farlo rosolare in una padella antiaderente per un po’, fino a raggiungere una leggera doratura, salare e pepare a piacimento. Nel frattempo spremere le arance per benino evitando di buttare la polpa. Quando i bocconcini sono sufficientemente dorati (in pratica quando non vedete più parti rosa) si aggiunge il succo e la polpa di arancia nella padella. Si fa evaporare il tutto a fuoco alto, mescolando di continuo (qui i puristi userebbero un cucchiaio di legno, io mi sono ritrovato con un cucchiaio di metallo in mano e sfido chiunque a distinguere la cosa una volta servito!) fino a ottenere una bella cremina (che può variare dall’arancio chiaro al quasi rosso, dipende dal tipo di arancia usata). That’s it. Godetevi il profumo di agrumi, il gusto del pollo e il retrogusto delicato dell’arancia, pronunciando mentalmente una preghiera di ringraziamento (a mo’ di mantra buddhista) alla mia amica (se ci scappa, una anche per me!).

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