18 agosto, San Francisco: Cos’hanno in comune Giovanni, gli struzzi, i terremoti e i sabato sera?

Finalmente una mattina soleggiata a San Francisco! Mi alzo, mi preparo e Michael mi avverte che stasera avremo ospiti a casa, quindi di rientrare non troppo tardi. Mi avvio a piedi verso la metro e mi fermo a fare colazione. Da questa parte della città c’è un sacco di gente “non turista” che frettolosamente si reca al lavoro, assisto persino a una furibonda lite tra una predicatrice con degli enormi cartelli e un signore che passava di lì. Non seguo bene la diatriba ma è interessante il capannello di persone che si forma intorno. La predicatrice urla, sbraita, manca solo che si stracci le vesti e il signore invece risponde sempre con poche parole, un mezzo sorrisetto e non è per niente intimorito dall’atteggiamento minaccioso. Finalmente arrivo alla fermata della metro e mi fermo alle macchinette a comprare un biglietto. Devo prendere la linea N e andare al Golden Gate Park. Scendo in banchina e passano praticamente tutte le lettere dell’alfabeto tranne la N. Presto un po’ di attenzione alla voce registrata e finalmente mi rendo conto che la linea N non passerà per via di alcuni lavori e suggerisce un itinerario alternativo che comprende un breve tratto in metro e una navetta sostitutiva. Finalmente riesco ad arrivare al parco e comincio a passeggiare godendomi la tranquillità più assoluta. Mi imbatto in una bocciofila, sì, una bocciofila nella terra del bowling. Non è la classica bocciofila nostrana, in terra battuta e con un manipolo di pensionati che vestiti alla meglio prendono la cosa troppo sul serio rispetto al contesto. È invece perfettamente liscia e piana, in erba tagliata cortissima, quasi come fosse un campo da golf, tutti i giocatori sono in tenuta rigorosamente bianca e indossano scarpe apposite per evitare di rovinare il manto erboso. I loro sguardi sono attenti, qualcuno sfoggia anche un paio di baffi a manubrio e se non fosse per lo spiccato accento yankee potreste persino credere di essere nell’Inghilterra vittoriana. In un campo accanto, un’anziana signora, anch’essa in tenuta da gioco, spiega i primi rudimenti a due bambini visibilmente entusiasti. Rimango un po’ a guardarli giocare, per capire se il gioco è identico a quello giocato da noi o se presenta una qualche variante, ma non mi sembra di trovarne, per quel poco che ne so. Proseguo la mia passeggiata nel parco verso l’Accademia delle Scienze e arrivo poco dopo mezzogiorno. Decido di mangiare qualcosa prima di entrare e trovo un chiosco che vende hot dog. Mi sento in un cliché, ma pranzo con un hot dog e con varie salse seduto su una panchina. Scopro che per entrare all’accademia ci sono tre prezzi diversi: il più alto è quello della biglietteria, in mezzo c’è quello delle macchinette automatiche, il più basso è quello online sul sito dell’accademia. Visto che c’è una rete wifi libera compro il biglietto online con il cellulare (pagandolo quindi di meno) e ritiro il biglietto alle casse automatiche, risparmiando qualche dollaro e una discreta fila. L’intera esposizione si basa sul principio che tutti i campi scientifici sono in qualche modo connessi e l’esempio che viene proposto è quello degli Struzioniformi, che pur essendo molto simili tra loro, a causa del movimento delle placche, vivono in continenti diversi e lontanissimi (Africa, Sud America, Oceania). Passo la giornata con gli occhi sgranati tra animali impagliati, vivi, un acquario, una cupola con dentro una foresta tropicale e tantissime farfalle e la “simulazione” del terremoto di San Francisco del 1906, una cosa davvero spaventosa. Ricordandomi del monito di Michael, esco dall’accademia e cerco la fermata più vicina dell’autobus. Come la trovo, ci sono delle indicazioni contrastanti: la direzione indicata dalla palina è ovviamente contraria alla direzione in cui devo andare e a quella indicata dagli autobus che passano nell’altra direzione, quindi decido di fidarmi della geografia e degli autobus e attraverso la strada. Aspetto un bel po’ e arriva il numero giusto ma…è limitato e non arriva fin dove mi serve. La cosa si ripete costantemente per 3 o 4 autobus, alla fine, scocciato, fermo un autobus e gli chiedo se ne passerà mai uno che arriva fino in fondo o se saranno tutti limitati. L’autista mi risponde che non lo sa, ha una radio e gli comunicano di volta in volta a che capolinea arrivare, ma mi dice di salire su e poi scendere più avanti dove forse avrei trovato un autobus che va più o meno nella mia direzione. Il consiglio deve essere sicuramente inserito nel manuale degli autisti dell’SFMTA, perché alla fermata che mi ha indicato c’è una folla degna di un venerdì di sciopero alla stazione Termini. Scendo e all’arrivo dell’autobus che mi serve (stavolta è il numero giusto con il capolinea giusto) mi preparo dall’alto della mia esperienza pendolare: calcolo lo spazio di frenata e mi lancio nella porta tra i primi, poi però cedo il posto a una signora. L’autista è un pazzo scatenato: salta le fermate, urla e sbraita agli altri automobilisti, passa con il rosso e non si ferma mai agli stop (qui si fermano tutti, anche se non arriva nessuno dall’altra parte), tanto che penso a uno scambio culturale con i notturni dell’ATAC. In qualche modo riesco a scendere alla fermata giusta e ad arrivare a casa con quasi un’ora di ritardo sull’orario concordato. Mentre mi faccio la doccia arrivano i primi ospiti e Michael, chef sopraffino, sta preparando ben due tipi di paella differenti: una con il pesce e una con la carne. Si beve e si chiacchiera in allegria e posso dire che la paella di Michael è perfetta. Dopo la cena decidiamo di uscire e prendiamo dei taxi, sfortuna vuole che non ho con me il passaporto, a quanto pare assolutamente necessario nonostante il mio brutto ceffo per assicurare la mia maggiore età nei locali. Torno indietro con il taxi, recupero il passaporto, chiamo un altro taxi perché il simpaticone di prima non mi aveva aspettato e cerco di raggiungere i miei amici, ma il tassista non conosce bene la strada. Mi faccio spiegare di nuovo da Michael come si arriva e lo spiego al tassista che finalmente ha un’intuizione e arriviamo. Il primo locale è stipatissimo di gente e a fatica riesco a ritrovarli, sono al piano di sopra perché mi sembra di aver capito che c’è una qualche festa di compleanno di qualche amico di amico. Dopo un po’ si cambia locale e si entra in un altro posto dove riusciamo addirittura a sederci e conosciamo un gruppo di irlandesi. Sono quasi le tre del mattino quando rientriamo a casa e io alle 4.30 ho la navetta per l’aeroporto, navetta che per fortuna passa a prendermi a casa. Mi stendo e cerco di dormire un’oretta preparandomi alla lunghissima giornata di trasferimento che mi aspetta.

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