12 agosto, Fuji: “Dr. Tufo, I presume?”

Il programma della giornata prevede una gita in un posto che per me è mitico: il monte Fuji. In realtà la gita non raggiunge il monte Fuji ma un monte davanti, il monte Hakone, dal quale è possibile godersi il panorama. Ovviamente il modo migliore per arrivarci è prendere un treno giapponese. Si parte dalla frequentatissima stazione di Shinjuku dove si dice che transitino ogni giorno circa 3 milioni di passeggeri. Mi permetto, in questo che non è un trattato sociologico o una guida di viaggi, di fare una considerazione sul popolo giapponese e la formula 1: non capisco davvero come mai non ci siano giapponesi vincenti nel mondo dell’automobilismo. Perché basterebbe dire loro: devi farmi esattamente questo tempo sul giro ed ecco che, anche a bordo di una macchina a pedali, loro riuscirebbero a non sgarrare di un centesimo. È davvero così, altrimenti non mi spiego come facciano con dei treni che sembrano usciti dal trenino panoramico di Gardaland a essere puntuali. La gita al fuji in realtà è una specie di showroom di mezzi di trasporto via terra e via mare: da Shinjuku si prende un treno fino a Odawara, da qui un altro treno fino a Hakone-Yumoto, poi un altro trenino ancora che si inerpica tra le montagne fino a Gora, poi una cablecar che sale ancora, quindi una cabinovia fino alla cima, da qui un’altra cabinovia che scende verso il lago Ashinoko, un traghetto sul lago, un autobus fino alla stazione di Odawara e di nuovo un treno per tornare a Tokyo. La maggior parte della giornata se ne andrà guardando il panorama dal finestrino di qualcosa.
È domenica e siamo circondati da famiglie giapponesi in gita, anche se tutto sommato le varie code che ci dobbiamo subire sono piuttosto veloci. Arriviamo in cima e del Fuji purtroppo neanche l’ombra: è una giornata nuvolosa e la cima è non è visibile, tra l’altro ci dicono che è una condizione piuttosto usuale. Ci facciamo comunque una passeggiata su questo monte che puzza di zolfo come l’inferno e tradisce ancor di più la sua origine vulcanica con diversi getti di fumo. Sulla via della discesa, ci fermiamo a una stazioncina intermedia alla ricerca di un belvedere segnalato sulla carta ma a quanto pare sconosciuto a chiunque, turista o guida che sia. La cosa in effetti puzza un po’, visto che siamo solo noi a scendere dalla cabinovia in questa stazioncina, comunque dopo qualche giro riusciamo a trovare un sentiero che porta al belvedere. Ci addentriamo nel sentiero baldanzosi delle nostre origini montanare, il sentiero è fangoso e scivoloso, visto che la sera prima aveva piovuto e il cielo coperto non aveva di certo aiutato il terreno ad asciugarsi. Non incontriamo anima viva mentre ci addentriamo sempre più nella foresta giapponese e cominciamo a fantasticare sulla probabile presenza di soldati giapponesi che ancora non sanno che la guerra è finita (lo so, è un cliché) e io stesso non mi sarei stupito di incontrare Mr Livingstone in persona (un po’ più ricercato, ma ancora un cliché). A quanto pare però il buon Livingstone aveva altro da fare quel giorno e arriviamo in solitaria al punto d’osservazione. In una giornata di sole si vedrebbero le montagne e il vulcano specchiarsi nel lago, purtroppo l’unica cosa che si vede è il lago circondato dalla foschia. Torniamo indietro e cerchiamo di verificare se la precisione giapponese si applica anche ai tempi di percorrenza stimati per il sentiero. Arriviamo un minuto prima, probabilmente perché le nostre gambe sono più lunghe e quindi i passi calibrati sulla falcata giapponese. Visto che nessuno scende, dobbiamo aspettare qualche minuto prima che passi una cabina con due posti liberi e finalmente arrivare all’imbarco. Pranziamo prima di imbarcarci e sfruttiamo l’unica rete wifi libera della giornata per la dose quotidiana di internet. Facciamo l’ennesima coda per imbarcarci su un traghetto che definire kitsch è un complimento: sarebbe in realtà il classico barcone d’acqua dolce, niente più di una grossa bagnarola, solo che è stato addobbato come fosse una nave pirata, con tanto di finti cannoni. Durante la traversata ci godiamo un po’ di vento sul ponte e un panorama interessante, prima di prendere l’autobus e il treno che ci riporteranno a Tokyo.

Nota: il titolo del post si rifà alla frase che si dice abbia usato Henry Morton Stanley dopo aver ritrovato il Dr David Livingstone, dato per disperso nei pressi del lago Tanganica. Fa ridere? Io mi scompiscio ogni volta che ci penso.

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