11 agosto, Tokyo: un indovino mi disse

Chiunque abbia letto “La svastica sul sole” di Philip K. Dick conoscerà il libro cinese degli oracoli I Ching. Tenete quindi bene a mente questa profezia scritta su un omikuji che ho preso al tempio di Asakusa (la riporto nella traduzione inglese così come è presente sul foglietto):

No. 47 REGULAR FORTUNE
Though you always desire to make up your request immediately, even if it takes too long, don’t worry about that. Just like step over many mountains, after so many hard work, your request will come out fine. Treasures and wealth will be in your hand without any trouble.

*Your request will be granted. *The patient will get recovered later on. * The lost article will be found soon. *Building a new house and removal are both well. *To start a trip and its destination are both well. *Marriage and employment are both well.

La giornata inizia con me che mi alzo e scopro il primo difetto della stanza giapponese, se la sera precedente avete letto prima di addormentarvi, fate molta attenzione o calpesterete gli occhiali rompendoli. Esco alla ricerca di un ottico per farli riparare perché già non ci vedo, se poi devo pure decifrare le scritte giapponesi senza occhiali stiamo a posto. Faccio altre due scoperte: i giapponesi non capiscono una parola di inglese e i negozi non aprono prima delle 10.30-11. Al semaforo fermo una signora dall’aspetto europeo confidando nel fatto che almeno lei parli inglese. Si rivela essere una gentile signora russa che parla sia inglese che giapponese e vive da sette anni in Giappone. Mi accompagna dall’ottico dove ci fanno accomodare su due poltroncine bianche davanti a un banchetto bianco in un negozio tutto bianco (non fatevi venire l’orticaria per la ripetizione di bianco, la ripetizione è tipica della scrittura giapponese). Mentre la signora russa spiega auna commessa vestita di bianco cosa è successo ci servono del thè verde dentro tazze bianche. La riparazione richiede pochi minuti e non mi fanno pagare neanche uno yen. Mentre mi dirigo verso la metro in compagnia della signora russa, mi suggerisce di andare a vedere il tempio di Asakusa. Seguo il suo consiglio e mi ritrovo immerso in una folla immensa di turisti. Il tempio è in effetti interessante ma troppo affollato per i miei gusti. Per 100 yen, estraggo una bacchetta con un numero sopra, poi apro il cassettino con il numero corrispondente e prendo un foglio con sopra scritta una premonizione. Mentre passeggio per Asakusa mando un messaggio al mio amico Christian anche lui per caso a Tokyo in quei giorni e ci accordiamo per vederci più tardi. Faccio un incontro straordinario con un anziano signore che parla inglese (questa cosa che l’inglese lo parlano esclusivamente le persone più anziane sarà una costante). Partendo dal calcio, da Nakata e da Zaccheroni mi fa un lunghissimo discorso sul fatto che il popolo giapponese vuole la pace nel mondo e sull’attitudine dei ragazzi occidentali a venire in Giappone per portarsi a letto le ragazze giapponesi, senza comunicare, la sua parola chiave, per niente, intercalando ogni tre parole “You know?”. Vorrei ascoltarlo per ore, ma l’appuntamento con Christian mi costringe a prendere di corsa la metro. L’appuntamento con Christian è alla stessa fermata dell’appuntamento con Kentaro, ma non ricordo l’uscita per cui non riusciamo ad unirci al gruppo giapponese. Ci facciamo una passeggiata e visto che non avevo ancora pranzato, entriamo in un piccolo ristorante. Ordino un piatto a base di riso e manzo (niente male) e da bere ci servono una strana acqua con un retrogusto tra caffè e fumo passivo. Se non fosse che è freddissima e noi assetati probabilmente l’avremmo lasciata lì dov’era. Al momento di pagare mi accorgo di non trovare più il portafoglio. Attimi di panico, mitigati dal fatto che conoscendomi avevo già previsto questa eventualità e quindi nel portafoglio portavo solo il necessario per le spese del giorno, il resto dei soldi, delle carte e dei doumenti era nascosto in vari anfratti e tasche che il viaggiatore esperto conosce bene. Faccio mente locale e mi ricordo di aver tirato fuori il portafoglio alla stazione di Asakusa per comprare il biglietto, quindi decidiamo di tornare indietro a cercarlo, ma ci credo poco. Arriviamo in stazione e vado alla ricerca della signora della metro che mi aveva aiutato a fare il biglietto. Mi accompagna dalla guardia e le spiega cosa è successo. La guardia non si scompone e chiama l’ufficio oggetti smarriti. In effetti hanno trovato un portafoglio, mi fanno descrivere il mio e non corrisponde. La signora però insiste e in effetti la differenza tra la mia descrizione e quella dell’ufficio è di una sfumatura cromatica: io dicevo grigio, loro dicevano argento. Ci accompagnano quindi a vedere questo portafoglio ed è il mio! Decisamente più sollevati riprendiamo i nostri giri.

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