Archivio mensile:agosto 2012

12 agosto, Fuji: “Dr. Tufo, I presume?”

Il programma della giornata prevede una gita in un posto che per me è mitico: il monte Fuji. In realtà la gita non raggiunge il monte Fuji ma un monte davanti, il monte Hakone, dal quale è possibile godersi il panorama. Ovviamente il modo migliore per arrivarci è prendere un treno giapponese. Si parte dalla frequentatissima stazione di Shinjuku dove si dice che transitino ogni giorno circa 3 milioni di passeggeri. Mi permetto, in questo che non è un trattato sociologico o una guida di viaggi, di fare una considerazione sul popolo giapponese e la formula 1: non capisco davvero come mai non ci siano giapponesi vincenti nel mondo dell’automobilismo. Perché basterebbe dire loro: devi farmi esattamente questo tempo sul giro ed ecco che, anche a bordo di una macchina a pedali, loro riuscirebbero a non sgarrare di un centesimo. È davvero così, altrimenti non mi spiego come facciano con dei treni che sembrano usciti dal trenino panoramico di Gardaland a essere puntuali. La gita al fuji in realtà è una specie di showroom di mezzi di trasporto via terra e via mare: da Shinjuku si prende un treno fino a Odawara, da qui un altro treno fino a Hakone-Yumoto, poi un altro trenino ancora che si inerpica tra le montagne fino a Gora, poi una cablecar che sale ancora, quindi una cabinovia fino alla cima, da qui un’altra cabinovia che scende verso il lago Ashinoko, un traghetto sul lago, un autobus fino alla stazione di Odawara e di nuovo un treno per tornare a Tokyo. La maggior parte della giornata se ne andrà guardando il panorama dal finestrino di qualcosa.
È domenica e siamo circondati da famiglie giapponesi in gita, anche se tutto sommato le varie code che ci dobbiamo subire sono piuttosto veloci. Arriviamo in cima e del Fuji purtroppo neanche l’ombra: è una giornata nuvolosa e la cima è non è visibile, tra l’altro ci dicono che è una condizione piuttosto usuale. Ci facciamo comunque una passeggiata su questo monte che puzza di zolfo come l’inferno e tradisce ancor di più la sua origine vulcanica con diversi getti di fumo. Sulla via della discesa, ci fermiamo a una stazioncina intermedia alla ricerca di un belvedere segnalato sulla carta ma a quanto pare sconosciuto a chiunque, turista o guida che sia. La cosa in effetti puzza un po’, visto che siamo solo noi a scendere dalla cabinovia in questa stazioncina, comunque dopo qualche giro riusciamo a trovare un sentiero che porta al belvedere. Ci addentriamo nel sentiero baldanzosi delle nostre origini montanare, il sentiero è fangoso e scivoloso, visto che la sera prima aveva piovuto e il cielo coperto non aveva di certo aiutato il terreno ad asciugarsi. Non incontriamo anima viva mentre ci addentriamo sempre più nella foresta giapponese e cominciamo a fantasticare sulla probabile presenza di soldati giapponesi che ancora non sanno che la guerra è finita (lo so, è un cliché) e io stesso non mi sarei stupito di incontrare Mr Livingstone in persona (un po’ più ricercato, ma ancora un cliché). A quanto pare però il buon Livingstone aveva altro da fare quel giorno e arriviamo in solitaria al punto d’osservazione. In una giornata di sole si vedrebbero le montagne e il vulcano specchiarsi nel lago, purtroppo l’unica cosa che si vede è il lago circondato dalla foschia. Torniamo indietro e cerchiamo di verificare se la precisione giapponese si applica anche ai tempi di percorrenza stimati per il sentiero. Arriviamo un minuto prima, probabilmente perché le nostre gambe sono più lunghe e quindi i passi calibrati sulla falcata giapponese. Visto che nessuno scende, dobbiamo aspettare qualche minuto prima che passi una cabina con due posti liberi e finalmente arrivare all’imbarco. Pranziamo prima di imbarcarci e sfruttiamo l’unica rete wifi libera della giornata per la dose quotidiana di internet. Facciamo l’ennesima coda per imbarcarci su un traghetto che definire kitsch è un complimento: sarebbe in realtà il classico barcone d’acqua dolce, niente più di una grossa bagnarola, solo che è stato addobbato come fosse una nave pirata, con tanto di finti cannoni. Durante la traversata ci godiamo un po’ di vento sul ponte e un panorama interessante, prima di prendere l’autobus e il treno che ci riporteranno a Tokyo.

Nota: il titolo del post si rifà alla frase che si dice abbia usato Henry Morton Stanley dopo aver ritrovato il Dr David Livingstone, dato per disperso nei pressi del lago Tanganica. Fa ridere? Io mi scompiscio ogni volta che ci penso.

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11 agosto, Tokyo: un indovino mi disse

Chiunque abbia letto “La svastica sul sole” di Philip K. Dick conoscerà il libro cinese degli oracoli I Ching. Tenete quindi bene a mente questa profezia scritta su un omikuji che ho preso al tempio di Asakusa (la riporto nella traduzione inglese così come è presente sul foglietto):

No. 47 REGULAR FORTUNE
Though you always desire to make up your request immediately, even if it takes too long, don’t worry about that. Just like step over many mountains, after so many hard work, your request will come out fine. Treasures and wealth will be in your hand without any trouble.

*Your request will be granted. *The patient will get recovered later on. * The lost article will be found soon. *Building a new house and removal are both well. *To start a trip and its destination are both well. *Marriage and employment are both well.

La giornata inizia con me che mi alzo e scopro il primo difetto della stanza giapponese, se la sera precedente avete letto prima di addormentarvi, fate molta attenzione o calpesterete gli occhiali rompendoli. Esco alla ricerca di un ottico per farli riparare perché già non ci vedo, se poi devo pure decifrare le scritte giapponesi senza occhiali stiamo a posto. Faccio altre due scoperte: i giapponesi non capiscono una parola di inglese e i negozi non aprono prima delle 10.30-11. Al semaforo fermo una signora dall’aspetto europeo confidando nel fatto che almeno lei parli inglese. Si rivela essere una gentile signora russa che parla sia inglese che giapponese e vive da sette anni in Giappone. Mi accompagna dall’ottico dove ci fanno accomodare su due poltroncine bianche davanti a un banchetto bianco in un negozio tutto bianco (non fatevi venire l’orticaria per la ripetizione di bianco, la ripetizione è tipica della scrittura giapponese). Mentre la signora russa spiega auna commessa vestita di bianco cosa è successo ci servono del thè verde dentro tazze bianche. La riparazione richiede pochi minuti e non mi fanno pagare neanche uno yen. Mentre mi dirigo verso la metro in compagnia della signora russa, mi suggerisce di andare a vedere il tempio di Asakusa. Seguo il suo consiglio e mi ritrovo immerso in una folla immensa di turisti. Il tempio è in effetti interessante ma troppo affollato per i miei gusti. Per 100 yen, estraggo una bacchetta con un numero sopra, poi apro il cassettino con il numero corrispondente e prendo un foglio con sopra scritta una premonizione. Mentre passeggio per Asakusa mando un messaggio al mio amico Christian anche lui per caso a Tokyo in quei giorni e ci accordiamo per vederci più tardi. Faccio un incontro straordinario con un anziano signore che parla inglese (questa cosa che l’inglese lo parlano esclusivamente le persone più anziane sarà una costante). Partendo dal calcio, da Nakata e da Zaccheroni mi fa un lunghissimo discorso sul fatto che il popolo giapponese vuole la pace nel mondo e sull’attitudine dei ragazzi occidentali a venire in Giappone per portarsi a letto le ragazze giapponesi, senza comunicare, la sua parola chiave, per niente, intercalando ogni tre parole “You know?”. Vorrei ascoltarlo per ore, ma l’appuntamento con Christian mi costringe a prendere di corsa la metro. L’appuntamento con Christian è alla stessa fermata dell’appuntamento con Kentaro, ma non ricordo l’uscita per cui non riusciamo ad unirci al gruppo giapponese. Ci facciamo una passeggiata e visto che non avevo ancora pranzato, entriamo in un piccolo ristorante. Ordino un piatto a base di riso e manzo (niente male) e da bere ci servono una strana acqua con un retrogusto tra caffè e fumo passivo. Se non fosse che è freddissima e noi assetati probabilmente l’avremmo lasciata lì dov’era. Al momento di pagare mi accorgo di non trovare più il portafoglio. Attimi di panico, mitigati dal fatto che conoscendomi avevo già previsto questa eventualità e quindi nel portafoglio portavo solo il necessario per le spese del giorno, il resto dei soldi, delle carte e dei doumenti era nascosto in vari anfratti e tasche che il viaggiatore esperto conosce bene. Faccio mente locale e mi ricordo di aver tirato fuori il portafoglio alla stazione di Asakusa per comprare il biglietto, quindi decidiamo di tornare indietro a cercarlo, ma ci credo poco. Arriviamo in stazione e vado alla ricerca della signora della metro che mi aveva aiutato a fare il biglietto. Mi accompagna dalla guardia e le spiega cosa è successo. La guardia non si scompone e chiama l’ufficio oggetti smarriti. In effetti hanno trovato un portafoglio, mi fanno descrivere il mio e non corrisponde. La signora però insiste e in effetti la differenza tra la mia descrizione e quella dell’ufficio è di una sfumatura cromatica: io dicevo grigio, loro dicevano argento. Ci accompagnano quindi a vedere questo portafoglio ed è il mio! Decisamente più sollevati riprendiamo i nostri giri.

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10 agosto, Tokyo: amore e desiderio di fratellanza con il popolo giapponese

Il viaggio tra Hong Kong e Tokyo è un trasferimento noioso, in un aereo praticamente vuoto. Atterro alle 18 e devo aspettare fino alle 22 per incontrare il mio ospite Kentaro, per cui decido di prendere il treno per la stazione centrale di Tokyo e lasciare lì la valigia. Primo incontro con i treni giapponesi: costano uno sproposito ma spaccano il secondo. Arrivo a Tokyo che è già buio, visto che in Giappone non si usa l’ora legale ma decido comunque di fare una passeggiata. In realtà torno quasi subito in stazione perché non so quanto ci vorrà ad arrivare al luogo dell’appuntamento. Arriva così il primo impatto con le biglietterie automatiche: una parete enorme di scritte per lo più in giapponese e varie tariffe in base a dove si vuole arrivare sovrasta una fila di macchinette. Ora dico, giapponesi cari, c’è arrivata anche Trenitalia a fare delle macchinette che ti dicono quanto pagare per arrivare nel posto che digiti, perché mi costringete a dovermi prima cercare a mano quanto devo spendere per dirlo poi alla macchinetta? Capite che l’errore è dietro l’angolo, tanto che ad ogni stazione ci sono altre macchinette dedicate all’adjustment fare, che in base al biglietto che inserisci ti dice quanto manca (che significa che macchinette più facili le saprebbero fare). In effetti la metro a Tokyo sembra più la sala slot di un casinò, tra macchinette, lucine colorate, musichette e il rumore delle monete di resto che cade nei vassoi di metallo. Comunque riesco a fare il biglietto, a sbagliare fermata, tornare indietro e arrivare a destinazione con un’ora di anticipo più o meno in quest’ordine. La stazione di arrivo è qualcosa di veramente piccolo, al cui confronto Torricola potrebbe sembrare la stazione Termini e per ingannare il tempo mi metto a leggere seduto su un muretto. Finalmente incontro Kentaro che mi accompagna a casa sua, una moderna casettina dove devi ovviamente toglierti le scarpe sull’uscio e la mia camera ha un’enorme porta scorrevole (più una parete, ma non è di carta), è completamente vuota e si dorme sul futon. Ora, dovete sapere che dormire a pochi centimetri da terra, su una superficie rigida è una delle cose che preferisco di più. Chiacchiero un po’ con Kentaro che mi invita per il giorno dopo a una passeggiata che sta organizzando con un’associazione culturale di cui fa parte, poi esce e io me ne vado a dormire.

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9 agosto, Hong Kong: a spasso con Vicki

Mi alzo la mattina sapendo che devo far lavare i pochi vestiti che ho portato e chiedo a Vicki dove posso trovare una lavanderia. Vicki mi dice che ce n’è una lì vicino ma che apre un po’ più tardi, per cui mi propone di andare a fare una “vera” colazione come si fa a Hong Kong che consiste nientemeno che in una ciotola di spaghettini in brodo accompagnati da uova e prosciutto, tutto innaffiato con del the. Dopo questa abbondante colazione portiamo le mie cose in lavanderia dove al modico prezzo di 4 euro ho diritto a, come diceva Totò, “lavatura, stiratura e asciugatura!” (o “lavatura, asciugatura e stiratura!”, purtroppo non ho accesso a internet in questo momento per poter controllare la citazione corretta). Il concetto di colazione è una delle cose più affascinanti da esplorare quando si va in un nuovo paese, insieme al modo di contare con le dita e  alle cose che si possono fare e non si possono fare in pubblico e a tavola. Per cui s ono piuttosto entusiasta all’idea di provare una colazione locale, che consiste in: spaghettini in brodo, frittata e prosciutto cotto, tutto innaffiato da un tazzone di the (scusatemi ma questa storia di usare “innaffiato” per indicare cosa si beve a tavola l’ho letta talmente tante volte che morivo dalla voglia di usarla anch’io).
Dopo questa abbondante colazione ci facciamo una passeggiata nel quartiere alla scoperta dei mercati locali di carne e pesce. Ci si infila in vicoletti minuscoli creati dagli spazi lasciati tra un grattacielo e l’altro e dietro ogni porta ospita un qualche tipo di bottega, le scritte in cinese non mi consentono di capire che cosa si vende all’interno, ma l’odore che proviene fa un po’ da traduttore universale e mi lascia immaginare che cosa si nasconde dietro le tende. Il mercato vero e proprio  è un miscuglio di bancarelle di carne, verdura e pesce che si susseguono casualmente, con alcune particolarità: le vecchiette contrattano strenuamente, urlando e maltrattando la merce, gran parte della merce è viva o essiccata. Quella viva, ad esempio le galline, una volta scelta viene portata nel “retrobottega”, uccisa, pulita e consegnata. Prendiamo anche il tram, che a Hong Kong è a due piani e saliamo ovviamente su quello di sopra, posizionandoci sui posti più avanzati. Il viaggio è divertente e il vento in faccia rende piacevole anche l’afa tropicale. Sostanzialmente passiamo la mattina a girare senza meta. Verso l’ora di pranzo mangiamo del riso e continuo a far fatica con le bacchette. Poi torno indietro a ritirare i miei vestiti perfettamente puliti. Nel pomeriggio decido di passarlo tutto a Kowloon dall’altra parte della baia, perché devo cercare un nuovo caricabatterie per il tablet. Vado a {nomedelposto} dove c’è la più alta concentrazione di negozi di cineserie tecnologiche. In pratica una successione senza fine di cubi di 2m di lato stipati all’inverosimile di tablet, cellulari e altri accessori pieno di gente in caccia dell’affare. Nessuno ha un caricabatterie per il mio tablet finché non passo davanti a un negozio più grande che ha proprio il mio tablet in vetrina, per cui entro fiducioso. In effetti il ragazzo al banco mi dice di avercelo, ma faccio veramente una figura da tardivo digitale quando prende il mio caricabatterie sedicente rotto, con un clic toglie e rimette la presa e…magicamente funziona di nuovo! Incasso il colpo con un sorriso (che ho scoperto essere l’arma definitiva, anche per far passare un bagaglio a mano che sfora di mezzo chilo il limite permesso: sorridi mentre dici che vuoi portarlo con te, sorridi e annuisci mentre ti chiedono di posarlo sulla bilancia, sorridi mentre lo posi, sorridi mentre leggi il peso e lo togli della bilancia, sorridi mentre ringrazi la ragazza al banco e porti via con te la valigia) e chiedo informazioni su qualche accessorio che ovviamente non comprerò. Passo il resto del pomeriggio a gironzolare e a cena decido di andare in un posto che mi è stato consigliato dai miei ospiti. Il posto si trova dentro Chungkin Mansion, che qualcuno di voi probabilmente conosce, tanto è cattiva la sua fama. In pratica si tratta di un palazzone pieno di piccole stanze a buon mercato, in teoria da usare come abitazioni, ma in pratica per i primi due piani usati per i traffici più disparati e nei piani successivi come ostelli a prezzo bassissimo. Qui la tecnica del sorriso non funziona, per cui entro sicuro di me senza guardare in faccia a nessuno fingendo di sapere bene dove vado, mentre vengo importunato da venditori di cose varie e più o meno legali. Purtroppo la mia copertura salta presto quando, non trovando il posto al primo colpo torno indietro. Finalmente trovo il posto che mi era stato consigliato e entro. Sono solo tre tavolini, due già occupati da un tipo che maneggia pastiglie e da due signori di colore con delle enormi valigie che stanno commerciando tra di loro auto usate da inviare in Africa (e credo rubate, visto che uno rassicurava l’altro che gliele avrebbe “procurate” con la guida dal lato giusto). Ordino il mio curry e mi siedo tranquillo a mangiare, mentre ognuno continua per i fatti suoi e la tv manda una qualche diretta da una moschea pachistana. Dopo qualche minuto che mangio lentamente il mio curry, entrano due imam vestiti di bianco che salutano i proprietari del locale. Il tipo delle pasticche li saluta e tra mille ossequi si alza e cede il tavolino. I due imam mi gettano uno sguardo distratto e cominciano a parlare tra di loro. Mi sento un po’ un agente segreto che origlia le conversazioni di due pericolosi terroristi in un posto tropicale sperduto, tanto che comincio a fingere di fingere di non capire e se solo avessi saputo come chiedere il conto in arabo, probabilmente l’avrei fatto. La serata più o meno finisce qui, visto che il giorno dopo devo partire per Tokyo molto presto.

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8 agosto, Hong Kong: annamo a Stanley Beach!

La mattina mi alzo e sono quasi le nove, considerando che devo fare colazione e comprare la crema solare, non arriverò in spiaggia presto. Il percorso prevede la metro fino al capolinea e poi un minibus. Arrivato al capolinea della metro però non trovo indicazioni su dov’è la fermata, per cui prendo una direzione a caso che si rivela ovviamente sbagliata. Vedo una signora dietro un banco con scritto “Infrormation” e mi avvicino per chiederle informazioni. Lei però non parla inglese, capisce solo minibus e mi porge carta e penna per scrivere la linea che mi serve. A gesti mi fa capire che devo tornare indietro e prendere l’altra uscita. In effetti il capolinea del minibus è esattamente sotto la metro. Dopo un tortuoso percorso nelle campagne (e foreste) di Hong Kong giungo a Stanley Beach. La spiaggia non è larghissima ma è anche poco affollata, inoltre degli alberi che non conosco crescono a pochi metri dalla riva creando una freschissima tettoia naturale. Se ci aggiungiamo che la spiaggia è libera e comprende molte docce calde, dei bagni e degli spogliatoi larghi e pulitissimi tutti gratis, capirete che inizia a palesarsi parecchia soddisfazione! Inizia a questo punto il ripetitivo ciclo “bagno-asciugo-crema-sole-leggo” fino all’ora di pranzo, quando raggiungo l’unico posto disponibile per mangiare che offre una discutibile pizza “Margarita”. Tornando in spiaggia noto alcuni cartelli e scopro che: la zona è di tanto in tanto frequentata da squali; anche a Hong Kong la diceria che impone di non fare il bagno dopo mangiato è piuttosto diffusa (mi viene quasi voglia di scrivere a Giacobbo e mobilitare Voyager per mettere fine a secoli di oscurantismo. Dico Giacobbo perché so che Piero Angela a questa cosa ci crede, me l’ha raccontato suo figlio Alberto). Dopo qualche altro bagno decido di averne abbastanza e me ne torno a casa. Mi faccio una bella doccia e vado a prendere lo Star Ferry che porta dall’altra parte della baia. Il traghetto è una bagnarola verde che però svolge instancabilmente il suo lavoro alla ragionevole cifra di 25 centeseimi di euro, offrendo nel frattempo una vista spettacolare. Rimango sulla costa perché alle 20 c’è “a symphony of lights” uno spettacolo di luci e suoni creato installando sui grattacieli di Hong Kong delle luci colorate che si accendono a ritmo di musica. Alla fine prendo di nuovo il traghetto per tornare indietro e dopo essermi perso per l’ennesima volta riesco a tornare a casa, dove mi addormento cullato dal fresco del condizionatore.

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7 agosto, Hong Kong: nel quale il nostro eroe, novello esploratore, mette a repentaglio la propria vita

Al mattino mi sveglio piuttosto presto e in un bagno di sudore, tutto questo perché prima di addormentarmi, sentendo freddo, ho spento l’aria condizionata. Un errore che non si ripeterà nei giorni successivi. Il primo compito della giornata è di trovare qualche opuscolo turistico che possa guidarmi in giro, visto che per risparmiare peso ho deciso di lasciare le guide turistiche a casa e purtroppo le versioni elettroniche sono di difficile consultazione. Su internet (vi ho detto che a Hong Kong il wifi a momenti è anche sugli alberi?) scopro che un ufficio informazioni è sul Peak. Molto bene, visto che era proprio dove volevo andare. Prendo la metro per Central e qui ne approfitto per fare un giro nel grattacielo della HSBC. Si può salire anche al primo piano, ma non si possono fare foto per rispettare la privacy dei clienti; un vero peccato, perché c’era un’enorme vetrata sull’esterno alle spalle degli uffici e sarebbe venuto fuori un controluce davvero d’effetto. Prendo il tram che si arrampica fino al peak, facendo attenzione a chiedere un biglietto di sola andata e senza accesso alla terrazza del centro commerciale, visto che di default cercano di venderti il pacchetto completo: deciderò solo una volta arrivato su come scendere. Il centro commerciale costruito su questa cima rovina davvero il panorama, ma basta allontanarsi un po’ per goderselo senza la sua irritante visione. Trovo anche gli opuscoli che cercavo, con degli itinerari a piedi per scoprire Hong Kong. Decido di mettere alla prova il mio fisico intraprendendo il lungo sentiero (140 minuti) che fa il giro del Peak e ridiscende in centro passando per un sito abbandonato che risale ai tempi dell’invasione giapponese. Il sentiero è pavimentato e immerso nel verde, solo che il caldo è sfiancante. A metà percorso mi siedo sotto un padiglione per riprendere le forze. Sarei ancora in tempo per tornare indietro ma decido che voglio continuare. Dopo un po’ arrivo alla deviazione per il sito abbandonato: un rosario di scalini senza fine. Comincio a scenderli sperando di non doverli risalire. Il caldo, la fatica e un sacco di rumori sconosciuti piano piano mi spaventano a tal punto che arrivato giù lancio una rapida occhiata intorno ma non mi avventuro oltre e torno indietro. Sono più morto che vivo quando raggiungo il sentiero principale: senza più acqua, con i vestiti grondanti di sudore sotto il sole tropicale delle 13 e con il fiatone. Mi siedo per riprendere fiato e poi continuo a scendere. Dopo qualche centinaio di metri la beffa: continuando all’interno del sito abbandonato avrei trovato un sentiero che si ricongiungeva a quello principale. Fossi stato più audace mi sarei risparmiato una bella fatica. Alla fine della discesa c’è il capolinea di un minibus, tipico mezzo di trasporto di hong kong che consiste appunto in un minibus da 16 posti. Questo mi riporta in centro dove vado a caccia di cibo, lo trovo in un microscopico ristorante in un vicoletto dove si condivide il tavolo con gli altri avventori. Spendo poco e mangio dell’ottimo riso con del maiale arrostito. Riconciliato con il mondo, proseguo la mia visita consultando la guida che ho trovato al centro informazioni ma è piuttosto deludente: le passeggiate in centro includono pochissimi punti interessanti e molti negozi, inoltre le cartine e le indicazioni sono piuttosto imprecise, per cui mi perdo spesso. Degno di nota è solo il tempio di Man Mo. Dopo un panino per cena decido di tornare a casa, dove continuano le mie avventure. Il codice che mi era stato dato per aprire il portone era errato, per cui dopo una serie di tentativi esce il portiere inveendo in cinese contro di me. Gli mostro il foglietto con il codice e le indicazioni, al che capisce cosa è successo e mi fornisce il codice corretto. In casa non c’è nessuno e ne approfitto per farmi una doccia e per scoprire che il caricabatterie del tablet è rotto. Dopo un po’ rientra anche la mia ospite Vicki e ci mettiamo a chiacchierare mangiando cocomero. Mi suggerisce, visto che è previsto bel tempo per il giorno successivo, di andare al mare. Accetto volentieri il suo consiglio e rifletto sul mio strano bagaglio che contiene sia un pile che un costume da spiaggia. Immerso in queste profonde riflessioni, mi addormento.

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6 agosto, verso Hong Kong: bollente fuori, gelido dentro

Cominciamo con una considerazione generale: a Hong Kong ci si perde con una facilità disarmante (non che sia un male). Sin dai primissimi minuti ho faticato non poco a trovare il controllo passaporti e il capolinea dell’11E, l’autobus che avrebbe dovuto portarmi in città. Non capire il cinese però non è un problema, perché probabilmente chiederete informazioni a chi non capisce l’inglese, per cui reciprocamente non ci si capirà, almeno siamo pari. Comunque, con gesti tanto plateali da far invidia a noi italiani e con l’aiuto di carta e penna su cui tracciare numeri, cartine abbozzate e strani ideogrammi alla fine si riuscirà a ottenere quello che si chiede.
Ma procediamo con ordine (per usare un cliché). Arrivato all’aeroporto di Heathrow va tutto liscio fino al momento dell’imbarco: si accende una lucetta rossa quando la hostess passa la mia carta d’imbarco sotto il lettore. Per fortuna nessun problema, solo un cambio di posto. Il 747 è un bestione enorme, davvero, dovrò passarci dentro le prossime 12 ore. Alla partenza momenti di tensione: un passeggero seduto accanto a me è al telefono e fa lo gnorri quando le hostess gli chiedono di spegnerlo. Lo sguardo degli altri passeggeri è catalizzato sulla mia fila, alcuni con occhi sgranati neanche avessero appena incontrato il diavolo in persona. Appena l’aereo inizia a muoversi, vedendo che il passeggero continua a parlare, con tono deciso e perentorio gli busso sulla spalla e gli dico: “Sir, you have to switch off your phone NOW!” Lui mi guarda spaventato, spegne il telefono e mi chiede scusa. Mentre procediamo sulla pista di decollo mi rendo conto che questo coso vola solo per l’incrollabile fede dei suoi progettisti; il giorno che a uno di loro verrà un dubbio spero di essere a terra. Il volo procede un po’ ballerino verso la meta tanto che tra me e me penso “ma guarda se tra tanti bei posti dobbiamo proprio cadere sulla testa di un contadino ucraino!”. Altre note di colore: si mangia un sacco, si dorme abbastanza bene, il sistema di intrattenimento di bordo sembra l’hard disk di un nerd brufoloso, tanto è colmo di serie tv e film, faccio la pipì mentre passiamo su uno yak (caro yak ne approfitto per chiederti scusa, non te la prendere e fai tanto latte per i tuoi padroni tibetani).
Arrivato a Hong Kong mi misurano la temperatura con una telecamera per vedere se ho la febbre, non sto scherzando. Io, che avevo un po’ di mal di testa, temo di venir fermato e messo in quarantena, cosa che ovviamente non accade. Scopro che per motivi strani la mia sim non funziona, per cui per 10 euro ne compro una di hong kong, con una tariffa verso l’Italia di appena 2.5 centesimi al minuto!
Dopo un’ora di autobus arrivo al mio alloggio a Tin Hau, sull’isola principale scoprendo che:
1. A Hong Kong alle 19 fa buio
2. Il caldo all’esterno è tanto asfissiante quanto è pungente il freddo all’interno.
La stanza dove alloggio è molto carina anche se molto piccola, la mia ospite molto gentile e simpatica. Mi sistemo con calma, mi faccio una doccia e me ne vado a dormire.
Nota finale: il jet lag proprio non l’ho sperimentato, tanto che comincio a dubitare della sua esistenza e a questo punto di molte verità che davo per scontate: davvero la terra è tonda? La forza di gravità esiste davvero? Dopo la pioggia escono le lumache? L’unica certezza che vi lascio e alla quale dovete ancorarvi è: un pacchetto di patatine comprato in pianura si gonfia se portato in montagna.

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4 – 5 agosto, Londra: Casa Italia e clima britannico

Iniziamo con una considerazione molto nerd: Seatguru è un’invenzione brillante e funziona benissimo. Cos’è? Un sito che, inserendo il numero e la data del tuo volo ti mostra la mappa dell’aereo indicando in verde i posti più comodi e in rosso quelli da evitare. Il responso per i volo BA 559 è stato: 12K. In pratica la prima fila della classe economy con un sacco di spazio davanti a me. Arrivato comodamente a Londra, fa piacere sapere che la mia Oyster ancora funziona e che avevo ancora una sterlina. Un’altra cosa che fa piacere è la fermata della metropolitana dentro l’aeroporto, altro che Leonardo Express! In 40 minuti sono in ostello a Chelsea (o Fulham, la mia scarsa conoscenza della toponomastica londinese non mi permette di capire dove inizia uno e finisce l’altro).

L’ostello mi fa un’ottima impressione. La pulizia è quella tipica delle camerate (non aspettatevi quindi pavimenti su cui potete mangiare), ma l’ambiente è molto tranquillo, che mi fa presagire una notte serena (e un riposo tranquillo, aggiungerà mentalmente più di qualcuno).

Dopo aver lasciato la valigia, esco in direzione Casa Italia, a Westminster per raggiungere il clan Serra al completo. In teoria ci dovrebbe essere la “festa” per la medaglia d’oro di Jessica Rossi, dico in teoria perché in pratica Casa Italia è stata presa d’assalto dalle fan (e dai fan, perché le cose van dette) di Marco Mengoni. Verso le 23 desistiamo da fare la fila e ci facciamo una passeggiata lungo il Tamigi. Decidiamo che si è fatta una certa verso mezzanotte, per cui un salto in metro e a dormire.

Il mattino successivo (dopo una notte davvero tranquilla) scendo al pub a fare colazione. Non ve l’avevo detto, ma le camere dell’ostello sono niente meno che le camere sopra il pub, tanto che si accede ai dormitori da una porticina all’interno del locale. Bancone di legno, una sterlina e cinquanta per cibo a volontà. Una nota curiosa: un tavolo riporta un cartello con scritto che è riservato tutti i giorni a partire dalle 3 del pomeriggio. Fuori piove ma non troppo, per cui mi incammino verso la metro. Neanche a farlo apposta, esattamente a metà del percorso si scatena un bell’acquazzone. Mi riparo sotto una pensilina e chiedo a una signora se crede che continuerà per molto. Lei cortesemente mi risponde che di solito smette dopo cinque minuti e mi suggerisce di saltare sull’autobus in arrivo per raggiungere la metro. Purtroppo i fatti la smentiranno di qualche ora.

Arrivato a Embankment cerco un buon punto per guardare la maratona e, vuoi per l’esperienza “maturata” sui circuiti di Formula 1, vuoi perché molte persone avevano scelto di non sfidare il maltempo, trovo un ottimo posto con una visuale eccellente. Dopo qualche giro, raggiungo gli altri in un punto diverso del tracciato. Il clima è bello: tutti tifano per l’atleta di Timor Est che arranca in ultima posizione ma che presto, spinta dal pubblico e aiutata da un cedimento dell’atleta irlandese, la raggiunge e la sorpassa. Dopo aver mangiato un panino, decidiamo di attraversare il Tamigi per andare a vedere aMAZEme, un labirinto costruito con 250.000 libri. Lo tengono ben nascosto, tanto che prima di trovarlo vediamo nell’ordine:

  1. un ritorante messicano costruito con dei container;
  2. l’orribile National Theatre;
  3. un mercatino di prodotti gastronomici, dove assaggiamo un curry del Madagascar preparato da un calabrese nato a Torino e ci roviniamo la bocca condendolo con una salsa di peperoncini che, a detta sua, sono i più forti del mondo (e detto da un calabrese…)
  4. una caffetteria che serve Caffè Vergnano gestita interamente da italiani.

Finalmente troviamo l’esposizione e devo ammettere che è molto interessante, ovviamente scatta subito la ricerca di libri in italiano (nessuno), libri scritti da italiani (abbiamo trovato Il pendolo di Foucault di Eco), libri non in inglese (un’edizione svedese dei tre porcellini) e libri doppioni (svariati).

Ci spostiamo verso la Tate Modern, io da qui proseguo per tornare all’ostello a ritirare la valigia e andare in aeroporto: destinazione Hong Kong (ma questa ve la racconto tra qualche giorno).

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