19-20 agosto, da San Francisco a Santiago: Quegli strani posti chiamati aeroporti

La sveglia suona un po’ troppo presto per i miei gusti e poco dopo la sveglia mi chiama l’autista della navetta per segnalarmi che è arrivato. Scendo buttando un’ultima occhiata a quella che per così pochi giorni ho chiamato “casa” e salgo sulla navetta. Scopro presto che sono l’unico a scendere puntualmente e che nelle altre fermate ci tocca sempre aspettare un bel po’ prima che le persone si presentino. L’aeroporto di San Francisco è un posto particolare che riflette molto la città in cui si trova: c’è una sala yoga e i prodotti che trovi al bar sono tutti prodotti locali, spesso dai nomi improponibili. Faccio il checkin e salgo sul volo Virgin America che mi porterà a Los Angeles, dormo tutto il tempo, non prima di notare che nonostante sia una compagnia “low-cost” c’è uno schermo per ogni posto come nelle compagnie “grandi” e l’acqua è inclusa nel biglietto, oltre a una discutibile illuminazione rossa soffusa. Los Angeles, per quel poco che ho visto dall’aeroporto, è la California che ti aspetti: un gran caldo e una luce gialla durissima. L’aeroporto è quanto di più disorganizzato mi sia capitato di vedere: seguo le frecce per il check-in e mi ritrovo per ben due volte davanti a un muro. Finalmente riesco in qualche modo a passare i controlli di sicurezza (che prevedono che ti tolga le scarpe e di passare sotto un body-scanner) e inizio la fila per il check-in. Come scoprirò in seguito, gli ultimi due voli LAN per Santiago erano stati cancellati e per questo i passeggeri vengono spostati da un volo all’altro. C’è una confusione incredibile e quando sta per toccare a me vengo fermato e vengono fatti passare altri passeggeri probabilmente da un volo differente. La cosa si ripete più e più volte, tanto che dalle altre file fanno il tifo per me. Quando finalmente sembra che mi tocchi mi avvicino al desk e l’addetta gira il cartellino con su scritto “Closed”. I miei tifosi hanno un attimo di scoramento, ma sorrido loro, li saluto e torno al mio posto aspettando di poter finalmente arrivare a un desk. Finalmente mi tocca tra il tripudio della mia “curva” personale che saluto alzando i pugni al cielo. L’addetta del desk mi chiede se voglio offrirmi volontario per il volo di mezzanotte in cambio di uno sconto, ma vuoi perché voglio evitare un nuovo check-in, vuoi per paura che venga cancellato, vuoi perché non so se il mio biglietto di giro del mondo mi consente di ricevere sconti, decido di rifiutare l’offerta. Finalmente sono sull’aereo, accanto a me è seduta una ragazza cilena con la quale scambio quattro chiacchiere e scopro tutta la storia degli aerei cancellati. Il volo prevede uno stop a mezzanotte a Lima, in Perù dove accade una cosa curiosa. Poco dopo l’atterraggio passa un’hostess che ci chiede i posti assegnati sul biglietto e segna dove siamo seduti. Subito sale una squadra di pulizie che a velocità supersonica raccoglie e pulisce tutte le “schifezze” lasciate da quanti scendono a Lima. Poi vengono fatti salire i nuovi passeggeri e scopriamo che a una signora era stato assegnato il mio stesso posto. Con l’aiuto della mia compagna di viaggio spieghiamo il problema a un’hostess che trova alla signora un’altra sistemazione. Finalmente si riparte dal Perù con destinazione Santiago e tra un sonno e un’altro atterro alle 5:40 del mattino. C’è il mio amico Gabriele ad aspettarmi.

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18 agosto, San Francisco: Cos’hanno in comune Giovanni, gli struzzi, i terremoti e i sabato sera?

Finalmente una mattina soleggiata a San Francisco! Mi alzo, mi preparo e Michael mi avverte che stasera avremo ospiti a casa, quindi di rientrare non troppo tardi. Mi avvio a piedi verso la metro e mi fermo a fare colazione. Da questa parte della città c’è un sacco di gente “non turista” che frettolosamente si reca al lavoro, assisto persino a una furibonda lite tra una predicatrice con degli enormi cartelli e un signore che passava di lì. Non seguo bene la diatriba ma è interessante il capannello di persone che si forma intorno. La predicatrice urla, sbraita, manca solo che si stracci le vesti e il signore invece risponde sempre con poche parole, un mezzo sorrisetto e non è per niente intimorito dall’atteggiamento minaccioso. Finalmente arrivo alla fermata della metro e mi fermo alle macchinette a comprare un biglietto. Devo prendere la linea N e andare al Golden Gate Park. Scendo in banchina e passano praticamente tutte le lettere dell’alfabeto tranne la N. Presto un po’ di attenzione alla voce registrata e finalmente mi rendo conto che la linea N non passerà per via di alcuni lavori e suggerisce un itinerario alternativo che comprende un breve tratto in metro e una navetta sostitutiva. Finalmente riesco ad arrivare al parco e comincio a passeggiare godendomi la tranquillità più assoluta. Mi imbatto in una bocciofila, sì, una bocciofila nella terra del bowling. Non è la classica bocciofila nostrana, in terra battuta e con un manipolo di pensionati che vestiti alla meglio prendono la cosa troppo sul serio rispetto al contesto. È invece perfettamente liscia e piana, in erba tagliata cortissima, quasi come fosse un campo da golf, tutti i giocatori sono in tenuta rigorosamente bianca e indossano scarpe apposite per evitare di rovinare il manto erboso. I loro sguardi sono attenti, qualcuno sfoggia anche un paio di baffi a manubrio e se non fosse per lo spiccato accento yankee potreste persino credere di essere nell’Inghilterra vittoriana. In un campo accanto, un’anziana signora, anch’essa in tenuta da gioco, spiega i primi rudimenti a due bambini visibilmente entusiasti. Rimango un po’ a guardarli giocare, per capire se il gioco è identico a quello giocato da noi o se presenta una qualche variante, ma non mi sembra di trovarne, per quel poco che ne so. Proseguo la mia passeggiata nel parco verso l’Accademia delle Scienze e arrivo poco dopo mezzogiorno. Decido di mangiare qualcosa prima di entrare e trovo un chiosco che vende hot dog. Mi sento in un cliché, ma pranzo con un hot dog e con varie salse seduto su una panchina. Scopro che per entrare all’accademia ci sono tre prezzi diversi: il più alto è quello della biglietteria, in mezzo c’è quello delle macchinette automatiche, il più basso è quello online sul sito dell’accademia. Visto che c’è una rete wifi libera compro il biglietto online con il cellulare (pagandolo quindi di meno) e ritiro il biglietto alle casse automatiche, risparmiando qualche dollaro e una discreta fila. L’intera esposizione si basa sul principio che tutti i campi scientifici sono in qualche modo connessi e l’esempio che viene proposto è quello degli Struzioniformi, che pur essendo molto simili tra loro, a causa del movimento delle placche, vivono in continenti diversi e lontanissimi (Africa, Sud America, Oceania). Passo la giornata con gli occhi sgranati tra animali impagliati, vivi, un acquario, una cupola con dentro una foresta tropicale e tantissime farfalle e la “simulazione” del terremoto di San Francisco del 1906, una cosa davvero spaventosa. Ricordandomi del monito di Michael, esco dall’accademia e cerco la fermata più vicina dell’autobus. Come la trovo, ci sono delle indicazioni contrastanti: la direzione indicata dalla palina è ovviamente contraria alla direzione in cui devo andare e a quella indicata dagli autobus che passano nell’altra direzione, quindi decido di fidarmi della geografia e degli autobus e attraverso la strada. Aspetto un bel po’ e arriva il numero giusto ma…è limitato e non arriva fin dove mi serve. La cosa si ripete costantemente per 3 o 4 autobus, alla fine, scocciato, fermo un autobus e gli chiedo se ne passerà mai uno che arriva fino in fondo o se saranno tutti limitati. L’autista mi risponde che non lo sa, ha una radio e gli comunicano di volta in volta a che capolinea arrivare, ma mi dice di salire su e poi scendere più avanti dove forse avrei trovato un autobus che va più o meno nella mia direzione. Il consiglio deve essere sicuramente inserito nel manuale degli autisti dell’SFMTA, perché alla fermata che mi ha indicato c’è una folla degna di un venerdì di sciopero alla stazione Termini. Scendo e all’arrivo dell’autobus che mi serve (stavolta è il numero giusto con il capolinea giusto) mi preparo dall’alto della mia esperienza pendolare: calcolo lo spazio di frenata e mi lancio nella porta tra i primi, poi però cedo il posto a una signora. L’autista è un pazzo scatenato: salta le fermate, urla e sbraita agli altri automobilisti, passa con il rosso e non si ferma mai agli stop (qui si fermano tutti, anche se non arriva nessuno dall’altra parte), tanto che penso a uno scambio culturale con i notturni dell’ATAC. In qualche modo riesco a scendere alla fermata giusta e ad arrivare a casa con quasi un’ora di ritardo sull’orario concordato. Mentre mi faccio la doccia arrivano i primi ospiti e Michael, chef sopraffino, sta preparando ben due tipi di paella differenti: una con il pesce e una con la carne. Si beve e si chiacchiera in allegria e posso dire che la paella di Michael è perfetta. Dopo la cena decidiamo di uscire e prendiamo dei taxi, sfortuna vuole che non ho con me il passaporto, a quanto pare assolutamente necessario nonostante il mio brutto ceffo per assicurare la mia maggiore età nei locali. Torno indietro con il taxi, recupero il passaporto, chiamo un altro taxi perché il simpaticone di prima non mi aveva aspettato e cerco di raggiungere i miei amici, ma il tassista non conosce bene la strada. Mi faccio spiegare di nuovo da Michael come si arriva e lo spiego al tassista che finalmente ha un’intuizione e arriviamo. Il primo locale è stipatissimo di gente e a fatica riesco a ritrovarli, sono al piano di sopra perché mi sembra di aver capito che c’è una qualche festa di compleanno di qualche amico di amico. Dopo un po’ si cambia locale e si entra in un altro posto dove riusciamo addirittura a sederci e conosciamo un gruppo di irlandesi. Sono quasi le tre del mattino quando rientriamo a casa e io alle 4.30 ho la navetta per l’aeroporto, navetta che per fortuna passa a prendermi a casa. Mi stendo e cerco di dormire un’oretta preparandomi alla lunghissima giornata di trasferimento che mi aspetta.

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17 agosto, San Francisco: Hai voluto la bicicletta? E mo’ pedala!

Mi sveglio da sotto il piumone che sono all’incirca le 8 del mattino e silenziosamente, dopo essermi ben coperto, mi avvio verso la cucina. Fuori tutto è grigio e avvolto nella nebbia e comincio a credere che in realtà il sole californiano è famoso non perché c’è sempre, ma perché c’è un paio di volte l’anno. Mentre armeggio con la moka (sì, una moka negli Stati Uniti), entra in cucina una ragazza che si presenta come Karen. Io penso “Ehi, ma il mio ospite non era un uomo e si chiamava Michael?” Forse viaggiando nel tempo ieri sera ho scombinato il delicato equilibrio di questa realtà, il che spiegherebbe anche l’assenza di sole. Queste teorie fantascientifiche vengono prontamente smentite dall’arrivo di Michael. Dopo essermi preparato mi dirigo a piedi verso l’embarcadero. Vedo uno Starbucks e non resisto, devo vedere come scriveranno qui il mio nome: “Jovan”! Fatta colazione finalmente arrivo al punto di noleggio delle bici, la cosa che più mi colpisce è che siamo in mezzo alla strada e nonostante questo posso pagare con la mia carta (ovviamente con la prepagata) grazie a questo minuscolo aggeggio: square. La noleggiatrice mi ricorda che è assolutamente vietato usare la bici sui marciapiedi e quindi la “spingo” fino alla strada. Pedalo guardando l’Oceano e il Golden Gate Bridge in lontananza, fermandomi di tanto in tanto a guardare il panorama e scattare qualche foto. Sta cominciando a uscire il sole e il clima si fa più primaverile. Supero agevolmente la prima salitella della giornata e ridiscendo ancora avvicinandomi al ponte. Sembrava vicino, ma in realtà non si arriva mai! Finalmente, dopo un’ultima salita questa volta un po’ più impegnativa, raggiungo il ponte. Il passaggio è piuttosto stretto e ciclopedonale, inoltre anche a doppio senso di circolazione e i ciclisti locali corrono come matti facendo slalom tra turisti a piedi e in bici. Io me la prendo con più calma, visto che ormai non c’è più nebbia e attraverso tutto il ponte. Mi fermo dall’altra parte a vedere quanto ho percorso e piano piano me ne torno indietro. Sono attratto dal colonnato del “Palace of Fine Arts” e mi ci dirigo. Lego la bici e passeggio nel colonnato, ammirando il lago e le paperelle. Visto che ormai è ora di mangiare, decido di tornarmene lungo l’embarcadero, alla ricerca di qualcosa da mangiare. Mi imbatto in una specie di fast food messicano e mangio dei nachos. Un po’ appesantito, mi rimetto in viaggio verso Russian Hill, per vedere la famosa discesa. È ripidissima, davvero, tanto che rinuncio al proposito di provarla in bici, visto che il percorso somiglia più a un downhill in mezzo ai boschi. Spingendo la bici raggiungo quindi posti meno “ripidi” e risalgo verso Washington Square. Si respira un’aria tranquilla, con tanta gente stesa sul prato a bighellonare, a leggere, a fare yoga, a esercitarsi al clarinetto. Ne approfitto per fare qualche scatto, prima di ripartire per quello che sarà il gran premio della montagna della giornata: la Coit Tower. La salita è dura e lunga, ho la lingua che fa attrito con l’asfalto e vengo distratto da un pensiero bislacco: ma per quale diavolo di motivo c’è dipinta una parola cinese (XING) sull’asfalto? Solo dopo una breve riflessione (dovete capirmi, ero in debito di ossigeno) capisco che non è XING ma CROSSING! Mi arrendo praticamente all’ultima curva e appena arrivo su un tipo con i baffi mi chiede se l’ho fatta tutta pedalando. Imbrogliando un po’ rispondo di sì e questo si complimenta con me per “l’impresa”. Purtroppo c’è una fila enorme per salire con l’ascensore sulla torre e non vedo scale. Considerando che non sono un grande fan dei panorami dall’alto di una torre decido di non fare la fila e di godermi la discesa fino all’embarcadero. Risalgo a piedi lungo Sacramento Street, una salitaccia, e arrivo quasi contemporaneamente a Michael a casa. Mi faccio una doccia e ci prepariamo per uscire con una sua amica, di cui non ricordo il nome e andiamo a mangiare in un minuscolo ristorante italiano “Nob Hill Cafè”. Il posto non accetta prenotazioni, quindi ci tocca arrivare e aspettare all’aperto che si liberi un tavolo, per nostra fortuna non ci vuole molto. Il cibo è davvero buono (se fosse una recensione di tripadvisor, ve lo consiglierei caldamente) e passo una bella serata chiacchierando del più e del meno. Si torna a casa, con un’impressione decisamente positiva della mia prima giornata americana.

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Il giro del mondo attraverso biglietti e foglietti

Ogni viaggio produce una serie “sconfinata” di foglietti di appunti, brochure, biglietti di mezzi pubblici, biglietti di musei, biglietti da visita. Se non si sta attenti, la valigia ,che all’andata “miracolosamente” rientrava nel peso massimo consentito, potrebbe sforare di molto. In attesa del resoconto più dettagliato del resto del viaggio, provo a raccontarlo con tutta questa “carta” internazionale (cliccando sulle immagini si apre la galleria sfogliabile). Ovviamente non è tutto: alcuni scontrini sono andati persi e non ho scansionato cartine e brochure, un po’ perché troppo grandi, un po’ perché forse meno interessanti e con meno da raccontare.

Galleria

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Cosa ho “visto” quest’anno (Edizione 2012)

Interrompiamo il resoconto di viaggio per il ritorno, dopo un anno di stop, dell’ormai classica rassegna di quanto ho “fatto” online. Oltre al resoconto vi sarete “resi conto” che non ho scritto nulla, però ho scattato un bel po’ di foto. In un ideale rullino da 36 che va dal 1 gennaio a oggi, ci vedrei bene queste foto qui.

Gennaio

Il capodanno degli italiani (1/365)
Inizia il progetto 365 (purtroppo presto abbandonato) con “Il capodanno degli italiani”, ovvero assonnati sul divano.

A bus trip (9/365)
I buoni propositi per scattare ci sono, anche i soggetti all’inizio sembrano interessanti, così colgo l’espressione seria della signora sul 545.

Una corsa nel parco (26/365)
Se si arriva al lavoro in anticipo, una passeggiata a Villa Torlonia può far piacere e si scopre che un sacco di gente la mattina corre.

Febbraio

Broccolo/2
A febbraio arriva la neve! Potevo farmi sfuggire l’occasione di fotografarla?

Come tutto ebbe inizio (51/365)
Quando fa freddo e buio presto, c’è poco da fotografare fuori. Allora con un paio di luci, un cartellone giallo e un flash ci si può divertire a fare qualche esperimento.

Amici! (60/365+1)
Un po’ di ricordi: una bella cena tra amici per salutare Gabriele che andrà 6 mesi in Cile.

Marzo

Bucare lo schermo (63/365+1)
Fa ancora freddino per uscire agli inizi di marzo, quindi ancora qualche esperimento: in questo caso una foto a una foto che mostra quanto c’è dietro lo schermo, con un interessante, seppur non riuscitissimo effetto “schermo bucato”.

Seduto sul baratro di un mondo all'ingiù
Ogni tanto infilo un rullino in una macchina fotografica. Questa era piuttosto vecchia e stanca, quindi non riusciva ad avanzare correttamente il rullino, con esposizioni multiple impensabili ma assolutamente interessanti.

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Finalmente arrivano le belle giornate e le prime uscite. Strani incontri nel parco nazionale del Circeo ti precipitano nelle giungle del subcontinente indiano di salgariana memoria.

Aprile

Cenetta in centro (93/365+1)
Ad aprile inizia il corso di fotografia e già rientrando dopo la prima lezione ci si sente ispirati.

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Un bel ritratto in bianco e nero di una futura mamma che si gode il sole e la compagnia.

Finestra
Cinecittà: la prima uscita del corso a cui partecipo. Questa foto (ritagliata e risistemata) poi verrà esposta nella mostra di fine corso.

Maggio

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Isolare dal contesto i colori e trasformarli in “forme”, una lampada a semicupola nera diventa un disegno astratto.

The kiss
Una delle foto che più mi piace di quest’anno, un bacio colto quasi per caso.

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L’uscita all’auditorium di Renzo Piano. Sarà che è un auditorium, sarà che è di Piano, ma queste scale e queste ombre non vi sembrano i tasti di un piano?

Giugno

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L’ora blu nell’ultima uscita del corso.

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Ecco Pasquale, l’insegnante che ha saputo tirar fuori il meglio da tutti!

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Un’intera notte a sistemare petali per l’infiorata a Spello, un’esperienza interessantissima.

Agosto

E luglio? Boh, a quanto pare non ho caricato foto scattate a luglio su flickr, meglio così, di agosto ce ne sono veramente tante!
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Londra, maratona olimpica femminile, comincia la mia avventura in giro per il mondo.

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Hong Kong, un traghetto Star Ferry al tramonto: probabilmente il modo più economico per spostarsi da una parte all’altra della baia.

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Nella metro di Tokyo c’è chi è rapita completamente dalla lettura.

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Tokyo, due monaci shintoisti lavorano con attenzione alla pulizia del cortile

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San Francisco, la nebbia mattutina comincia a diradarsi sul Golden Gate Bridge.

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Santiago del Cile, un’amatriciana notturna a casa del mio amico Gabriele (quello che era partito 6 mesi fa).

Settembre

Ultimi residui dell’estate, si fa un’uscita tra Sperlonga e Gaeta:

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Un operaio smonta le luminarie per una festa paesana a Sperlonga.

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Due novelli sposi nelle mani di perfidi fotografi.

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Il tramonto. Ha bisogno di descrizioni?

Ottobre

Foto di gruppo
La gita in Sicilia: tre giorni di giri e allegre magnate in compagnia degli amici di Tommaso Natale (che è un quartiere, non una persona).

Scout in preghiera
Tre ragazze scout in devotissima preghiera a S. Rosalia.

Pose lunghe a Cinisi
Cinisi, la luce molto bella e il mare impetuoso sono gli unici responsabili di questo scatto così burrascoso.

Novembre

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Corso di Food Photography, il protagonista della giornata sarà lui: il polpo.

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Il nostro chef Matteo al lavoro.

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Ed ecco il piatto!

Dicembre

Convegno nazionale educatori ACR, il sabato pomeriggio un bell’itinerario artistico sulle “tracce” di Caravaggio.

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Ovviamente non poteva mancare una foto con un’opera di Caravaggio, anche se sfocata sullo sfondo.

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Fotografare un carosello illuminato riflesso in una pozzanghera è un clichè? Probabilmente, ma la foto mi piace lo stesso!

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La piazza del Campidoglio “quasi” completamente deserta, un’occasione che mi prometto di ricercare la prossima estate, magari verso le 6 del mattino.

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16 agosto Tokyo-SF: The appropriate question is: “When the hell am I?”

Il mio ultimo giorno nella terra del Sol Levante inizia presto per gli standard occidentali di una vacanza. In realtà non avrei nessun motivo per alzarmi così presto, ma ormai sono sveglio e inizio a radunare e preparare le mie cose. Nel frattempo si alza anche Kentaro e ne approfitto per salutarlo e ringraziarlo dell’ospitalità, spero proprio di poterlo incontrare di nuovo un giorno. Mi incammino con tutti i miei bagagli verso l’ormai familiare stazioncina di Higashi-Azuma per prendere il trenino, incrocio molti studenti del liceo che sono vestiti proprio come nei cartoni animati e a Kameido entro da Starbucks a fare colazione. Non sono realmente giapponese, ma ho cominciato ad acquisire quelle piccole routine che con il passare del tempo ti fanno chiamare un posto “casa”. Oggi ho pensato di liberarmi dei bagagli lasciandoli in un armadietto alla stazione di Tokyo, così da poter girare con più libertà durante il giorno. Dalla stazione centrale ne approfitto per visitare il vicinissimo palazzo imperiale, che avevo intravisto il primo giorno ma con il buio. È una giornata davvero calda, non ai livelli di Hong Kong ma sembra quasi di essere di nuovo a Roma. Quel poco che si può vedere dall’esterno è una mezza fregatura, tanto che presto approfitto di una panchina per sedermi all’ombra e consultare la guida alla ricerca di qualcos’altro da vedere. Quando mi trovo in una capitale straniera ho questa strana predilezione per visitare il parlamento nazionale. Se vi può sembrare strano, sappiate che c’è gente che invece ama visitare cimiteri alla ricerca di tombe di persone famose, ecco, io questo lo trovo strano, forse più del visitare le case dove hanno vissuto le persone famose (ma su questo tornerò un’altra volta). Fatto sta che il parlamento non è molto lontano e ne approfitto per raggiungerlo a piedi. Purtroppo è una mezza delusione, una specie di scimmiottamento in piccolo del parlamento americano, che però non ho visitato, quindi un giorno potrei sempre pensare che quest’ultimo è un’esagerazione di quello giapponese. Non è possibile visitarlo, anzi, anche il viale che conduce all’ingresso è chiuso da un’altra cancellata. È quasi ora di pranzo e mi dirigo in mezzo ai grattacieli fino alla zona dell’hotel del mio amico, qui entro in un McDonald’s per mangiare un panino e pianificare il pomeriggio. Uno strano schermo luminoso mi bombarda a rotazione di informazioni sui prodotti del Mac e in pochi minuti sono assolutamente convinto di mangiare nel posto più salutare del mondo, oltre a scoprire che il bovino che sto addentando proviene niente meno che dall’Australia (Avresti mai pensato tu, bove, brucando erba secca sul ciglio del rosso deserto australiano, di finire nella pancia di un italiano a Tokyo? Spero di no per te, perché se io al posto tuo avessi avuto una tale notizia, sarei rimasto molto turbato). Forse influenzato dalla pesantezza del pasto, decido che un buon modo di chiudere in bellezza la mia permanenza in Giappone è visitare il museo del Sumo. Vado quindi alla fermata della metro e con estrema perizia faccio il biglietto giusto come un vero tokyese. Lo stadio del Sumo è un edificio veramente grande, si vede già dalla stazione della metro e quindi è impossibile mancarlo. La fregatura è che è chiuso e non trovo nessuna indicazioni su eventuali orari di visita. Mi faccio quindi una passeggiata nel vicino giardino di “Kyu-Yasuda”, un fresco parco con un bel laghetto al centro. Non mi do per vinto e decido di visitare il museo dell’epoca Edo, che poi è praticamente attaccato al palazzo del Sumo. Da lontano l’idea è quella di un’immensa astonave appena atterrata a Tokyo, e per chi è cresciuto a pane e mazinga non è niente di straordinario o impensabile. Visto che sono piuttosto certo di non essere il protagonista di un manga, mi avvicino con una certa cautela all’astronave, pronto a schivare di lato in caso di raggio laser. Arrivo incolume alla biglietteria dove mi spiegano come entrare nell’astronave e cosa vedere. Appena entro altre persone mi chiedono se desidero una guida che parla inglese, volontaria. Io accetto e dopo qualche minuto compare una gentilissima, simpaticissima e piccolissima vecchina con un kimono bianco che ridacchia ogni due o tre frasi e che mi guida all’interno del museo. La visita è interessantissima e il posto vale veramente la pena, se mai doveste capitare a Tokyo. È pieno di ricostruzioni in dimensioni reali, persino un intero teatro ed è tutto al coperto! La signora, che continua a farmi da cicerone e a ridacchiare, mi fa le solite domande che tutti i Giapponesi che ho incontrato mi pongono e commenta sempre annuendo e con un sonoro “Ooooh! Hi! Hi! Yes!”. Dopo quasi due ore, la mia guida si congeda molto desolata, spiegandomi che a quell’ora sarebbe arrivato un altro gruppo che aveva già prenotato la visita. Io proseguo da solo, ma senza i racconti della simpatica vecchina non è la stessa cosa, quindi decido di averne abbastanza e di tornare a recuperare i miei bagagli. Raggiungo l’aeroporto di Haneda con la monorotaia e lo trovo desolante. Ci sono pochissime persone e regna un silenzio irreale, rotto di tanto in tanto dal rumore dei carrelli elettrici. Per fortuna che c’è il Wi-Fi! Passo così in maniera insignificante le mie ultime ore giapponesi, prima di mangiare, stravaccarmi sulla poltroncina davanti al gate, telefonare a casa e aspettare la partenza del volo Japan Airlines alle 00:05 del 17 agosto (tenete bene a mente questa data).

Il volo procede tranquillo per tutte le nove ore e  trentacinque, fino all’arrivo negli USA alle 17:40 del… 16 agosto (sì, il giorno prima. Grazie, linea internazionale del cambio di data)! Un’agente della dogana mi rivolge qualche domanda di routine, incuriosita dal mio strano itinerario, poi mi mette il suo timbro e mi augura buona permanenza. Con il mio bagaglio a mano arrivo fino alla partenza del trenino per il centro città e, come da indicazioni di Gabriele, scendo a Civic Center e riemergo in superficie, dove fa un freddo bestiale! Arrivo da una delle giornate più calde incontrate a Tokyo e sono in pantaloncini e t-shirt e inizio letteralmente a battere i denti, oltre a spiegarmi il perché la gente sul treno mi guardava con aria strana. Ora devo solo trovare un taxi, ma abituato all’usanza europea dei tassisti di stazionare nelle piazze, non riesco a capire come trovarlo a SF, dove a quanto pare i tassisti girano senza sosta e senza meta per tutta la durata del turno. Dopo un po’ mi dico: “proviamo come nei telefilm”, alzo un braccio e voila! Un macchione enorme con scritto taxi si ferma e mi fa salire. Il tipo pelato alla guida sembra Bruce Willis e non è di molte parole, provo a parlare del tempo ma niente, non mi dà soddisfazioni. Finalmente arrivo al mio alloggio a SF, a casa del mio amico Gabriele che però non ci sarà durante la mia permanenza. Mi apre Michael, che mi mostra la stanza e mi chiede se ho fame. Gli rispondo ovviamente di sì e mi offre un piatto di carne che riscaldo nel microonde. Fa freddino e sono stanco, quindi mi sistemo, mi faccio una doccia, avverto il mondo che sono vivo e mi faccio spiegare da Michael cosa c’è di bello da fare e da vedere a SF. Poi mi “ritiro” nei miei alloggi dove mi addormento pensando a quanto sia strano sentirsi soddisfatti di essere sotto un piumone il 16 agosto (e che il decrescere della longitudine mi indica che ormai sono sulla via del ritorno).

Nota sul titolo: altro non è che la famosissima battuta di Doc Hemmet Brown di Ritorno al Futuro, in italiano  <<La domanda giusta è: “quando diavolo sono?”>>

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15 agosto, Nikko: Su e giù dai templi

“Dove sono finiti il 13 e il 14 agosto?” diranno i miei attenti lettori. La risposta è che in un viaggio così lungo possono capitare giorni in cui non c’è molto degno di nota, per questo motivo vi riassumerò in poche righe cosa è successo:

Il 13 e il 14 agosto

Il 13 agosto abbiamo visitato il quartiere di Ueno, tanto cammino e poche cose da vedere. Interessante l’incontro con un autoproclamatosi poeta che con l’appellativo di “Little Dante Alighieri” perché italiani cercava di venderci fogliettini con sopra scritti i suoi haiku e la vista di fiori di loto alti un metro e mezzo che rendevano il laghetto più simile a un campo coltivato. Il 14 agosto è il mio giorno da solo a Tokyo perché Christian riparte e lo dedico alla visita del bellissimo parco Hamarikyu Teien al mattino e al santuario di Meiji Jingu al pomeriggio, con un passaggio da Yodabashi a comprare una piccola macchina fotografica istantanea Fuji.

E ora Nikko!

Nikko è una città a un centinaio di km a nord di Tokyo, che dà il nome all’omonimo parco nazionale e a un complesso di templi e santuari piuttosto interessante. Non per fare la figura dell’ignorante, ma i templi giapponesi, una volta visto uno, li hai praticamente visti tutti, per cui non è che Nikko mi abbia particolarmente entusiasmato da questo punto di vista, anche se devo ammettere che il vederli immersi nel verde arrampicati a ridosso delle montagne fa un effetto diverso che vederli soffocati tra un grattacielo e un centro commerciale. Come si arriva a Nikko? Ma ovviamente in treno! Un viaggio comodo e tranquillo, con un divertentissimo episodio. Dovete sapere che in Giappone è considerato scortese starnutire in pubblico. Proprio davanti a me una signora giapponese sta leggendo un libro (piccola digressione: per motivi a me ignoti, in Giappone rivestono libri e fumetti con una bellissima carta leggera e giallina decorata con motivi astratti, spesso con il nome del negozio sopra. Non so bene se lo facciano per non far rovinare la copertina o per mantenere una certa privacy anche riguardo alle loro letture, purtroppo, pur acquistando un manga, non sono riuscito a entrare in possesso di questa carta, si vede che la tengono solo per loro). La signora contorce la faccia in maniera buffissima. La osservo un po’ e capisco che sono tutti sforzi per trattenere uno starnuto che, purtroppo per lei, a un certo punto giungerà (molto smorzato, quasi un scciii sussurrato) facendola guardare intorno arrossita e visibilmente in imbarazzo.

La giornata non è climaticamente delle più belle, tanto che all’arrivo a Nikko c’è anche un mezzo acquazzone e un corri corri generale verso l’autobus che dal piazzale porta alla zona dei templi, acquazzone che smette praticamente appena siamo tutti stipati sul piccolo autobus. Ci sono pochissimi turisti stranieri, oltre a me ne conto altri due e anche le indicazioni non in giapponese latitano decisamente. Salto giù dal pulmino appena vedo il ponte Shin-kyo, di cui avevo letto sulla guida, ma mi rendo conto di essere l’unico a scendere, vanno tutti di fretta verso i templi. Il ponte è bello ma è una mezza fregatura: non ci si può salire sopra ed è stretto tra due grosse strade asfaltate piuttosto trafficate, però dalla giusta prospettiva e ignorando il rumore del traffico, si riesce ad avere una vista suggestiva del ponte con l’acqua che scorre impetuosa sotto e le montagne rigogliose e nebbiose sullo sfondo. Non ho voglia di aspettare l’autobus successivo e decido di andare a piedi lungo la strada che percorreva l’autobus. C’è parecchio traffico e sorpasso diverse macchine in fila, ma dei templi nemmeno l’ombra. Ho una specie di cartina per nulla fedele alla realtà che mi hanno dato all’ufficio turistico della stazione e cercando di seguirla dopo poco tempo non capisco dove sono. È una stradina di campagna tranquilla (e questo mi insospettisce, dove sono le macchine? E i turisti?) circondata da casette giapponesi di legno con alte mura perimetrali e pacifici cortiletti che si scorgono dagli ingressi. A un certo punto incontro un signore seduto e gli chiedo dove sia il tempio Rinno-ji. Questo mi indica una specie di capannone poco più in là. Piuttosto perplesso, mi avvicino all’enorme capannone (che potrebbe contenere una nave, tanto è grande) e scopro che il tempio è in fase di restauro, quindi i giapponesi hanno ben pensato di costruirci un’enorme scatola di alluminio intorno! Sulla facciata del capannone hanno stampato una riproduzione 1:1 della facciata del tempio originale. All’interno del tempio non è possibile fare foto (come in nessun tempio in Giappone) e non ci sono (o non trovo) visite guidate che non siano in giapponese; diciamo che tutto il posto è pensato più per il turismo locale che internazionale e mancheranno di continuo indicazioni scritte in caratteri a me più familiari. Continuo tutta la giornata a salire su e giù per le colline con i templi, sempre con monaci-guide che parlano solo giapponese e mettendo e togliendo le scarpe continuamente. Per fortuna che l’unica guida turistica superstite della mia cernita pre-partenza è quella del Giappone, altrimenti avrei avuto ben poca consapevolezza di quanto ho visto. Degna di nota, oltre al bassorilievo che raffigura le tre scimmiette, una sala del tempio Yakushido: vi è raffigurato sul soffitto un dragone ruggente e un monaco, dopo un lungo spiegone in giapponese, batte due pezzetti di legno tra di loro che producono, tra riverberi ed echi, una specie di rantolo che viene spacciato per il ruggito del drago. Lo fa più volte, tra gli ooooh stupiti dei giapponesi, e se si chiudono gli occhi con un po’ di fantasia si immagina il drago del soffitto ruggire.

Verso la metà del pomeriggio non ne posso più di statue di legno e gradini di pietra scivolosi e pieni di muschio, quindi decido di prendere il treno e tornare a Tokyo. La stessa pensata devono averla fatta gli altri due turisti non giapponesi, visto che siamo sullo stesso treno. Non mi siedo con loro perché vorrei farmi una dormita (sapete, siete in Giappone e vedete una faccia non giapponese, il rischio è che vi venga voglia di fare una chiacchierata), scelgo quindi un posto tranquillo in mezzo ad alcuni anziani signori giapponesi. Non sono fortunato: il mio essere gaijin attira la curiosità di un signore anziano che mi chiede in inglese di dove sono. Iniziamo a conversare e mi racconta di essere un professore di inglese in pensione, di non essere mai stato in Italia e qualche altra cosetta. Rispondo cortesemente a tutte le sue domande ma non ne faccio molte e dopo un po’ la conversazione si esaurisce. Finalmente mi addormento e mi risveglio solo in prossimità della stazione di Asakusa.

Il programma della serata, la mia ultima sera in Giappone, prevede una cena con il mio ospite Kentaro. Putroppo Kentaro mi scrive per dirmi che non ce la farà e mi indica un paio di posti in zona dove mangiare: un bento shop e un ristorante di ramen. Vorrei assaggiare i famosi spaghettini giapponesi ma non sono in grado di trovare il posto che mi ha indicato Kentaro (sapete com’è, il mio giapponese dopo una settimana ancora zoppica sullo scritto) e scelgo quindi di entrare in un posto a caso per cenare. Individuo un pub e faccio per aprire la porta ma non si apre. Ci riprovo ma ancora niente. Dall’interno del locale mi guardano con aria strana, quasi di rimprovero. Guardo la porta in cerca di pulsanti o altro, ma non ne vedo. Sconsolato penso che forse c’è una qualche regola giapponese che impedisce di entrare quando un locale è pieno o passata una certa ora. Provo in un altro locale, con l’idea che se non riesco a entrare neanche qui posso sempre andare a prendere un bento, che mi sembra di aver capito è aperto tutta la notte. La scena si ripete, sono molto scoraggiato quando osservando la porta e mi accorgo che non andava tirata o spinta, ma semplicemente e ovviamente per il Giappone fatta scorrere! Come mi aspettavo, all’interno nessuno parla inglese, ma riesco a far capire che non mangio pesce e lascio la scelta al cameriere del pub. Questo mi porta degli ottimi spiedini di pollo e una birra fresca. Poi, incuriosito dalla mia presenza, con l’aiuto di Google Translate cerca di farmi qualche domanda. La cosa funziona abbastanza bene e li diverte, tanto che presto anche qualche altro avventore iPhone-munito usa la stessa tecnica. Io rispondo sempre con dei cenni del capo (non parlano inglese, c’è poco da parlare) e loro sembrano soddisfatti. Nel frattempo c’è una partita di calcio della nazionale giapponese in tv. Finita la partita pago e vado via, tra i saluti di tutti e con gli auguri di buon viaggio. Me ne torno a casa sapendo che il giorno dopo sarà il giorno più lungo della mia vita.

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12 agosto, Fuji: “Dr. Tufo, I presume?”

Il programma della giornata prevede una gita in un posto che per me è mitico: il monte Fuji. In realtà la gita non raggiunge il monte Fuji ma un monte davanti, il monte Hakone, dal quale è possibile godersi il panorama. Ovviamente il modo migliore per arrivarci è prendere un treno giapponese. Si parte dalla frequentatissima stazione di Shinjuku dove si dice che transitino ogni giorno circa 3 milioni di passeggeri. Mi permetto, in questo che non è un trattato sociologico o una guida di viaggi, di fare una considerazione sul popolo giapponese e la formula 1: non capisco davvero come mai non ci siano giapponesi vincenti nel mondo dell’automobilismo. Perché basterebbe dire loro: devi farmi esattamente questo tempo sul giro ed ecco che, anche a bordo di una macchina a pedali, loro riuscirebbero a non sgarrare di un centesimo. È davvero così, altrimenti non mi spiego come facciano con dei treni che sembrano usciti dal trenino panoramico di Gardaland a essere puntuali. La gita al fuji in realtà è una specie di showroom di mezzi di trasporto via terra e via mare: da Shinjuku si prende un treno fino a Odawara, da qui un altro treno fino a Hakone-Yumoto, poi un altro trenino ancora che si inerpica tra le montagne fino a Gora, poi una cablecar che sale ancora, quindi una cabinovia fino alla cima, da qui un’altra cabinovia che scende verso il lago Ashinoko, un traghetto sul lago, un autobus fino alla stazione di Odawara e di nuovo un treno per tornare a Tokyo. La maggior parte della giornata se ne andrà guardando il panorama dal finestrino di qualcosa.
È domenica e siamo circondati da famiglie giapponesi in gita, anche se tutto sommato le varie code che ci dobbiamo subire sono piuttosto veloci. Arriviamo in cima e del Fuji purtroppo neanche l’ombra: è una giornata nuvolosa e la cima è non è visibile, tra l’altro ci dicono che è una condizione piuttosto usuale. Ci facciamo comunque una passeggiata su questo monte che puzza di zolfo come l’inferno e tradisce ancor di più la sua origine vulcanica con diversi getti di fumo. Sulla via della discesa, ci fermiamo a una stazioncina intermedia alla ricerca di un belvedere segnalato sulla carta ma a quanto pare sconosciuto a chiunque, turista o guida che sia. La cosa in effetti puzza un po’, visto che siamo solo noi a scendere dalla cabinovia in questa stazioncina, comunque dopo qualche giro riusciamo a trovare un sentiero che porta al belvedere. Ci addentriamo nel sentiero baldanzosi delle nostre origini montanare, il sentiero è fangoso e scivoloso, visto che la sera prima aveva piovuto e il cielo coperto non aveva di certo aiutato il terreno ad asciugarsi. Non incontriamo anima viva mentre ci addentriamo sempre più nella foresta giapponese e cominciamo a fantasticare sulla probabile presenza di soldati giapponesi che ancora non sanno che la guerra è finita (lo so, è un cliché) e io stesso non mi sarei stupito di incontrare Mr Livingstone in persona (un po’ più ricercato, ma ancora un cliché). A quanto pare però il buon Livingstone aveva altro da fare quel giorno e arriviamo in solitaria al punto d’osservazione. In una giornata di sole si vedrebbero le montagne e il vulcano specchiarsi nel lago, purtroppo l’unica cosa che si vede è il lago circondato dalla foschia. Torniamo indietro e cerchiamo di verificare se la precisione giapponese si applica anche ai tempi di percorrenza stimati per il sentiero. Arriviamo un minuto prima, probabilmente perché le nostre gambe sono più lunghe e quindi i passi calibrati sulla falcata giapponese. Visto che nessuno scende, dobbiamo aspettare qualche minuto prima che passi una cabina con due posti liberi e finalmente arrivare all’imbarco. Pranziamo prima di imbarcarci e sfruttiamo l’unica rete wifi libera della giornata per la dose quotidiana di internet. Facciamo l’ennesima coda per imbarcarci su un traghetto che definire kitsch è un complimento: sarebbe in realtà il classico barcone d’acqua dolce, niente più di una grossa bagnarola, solo che è stato addobbato come fosse una nave pirata, con tanto di finti cannoni. Durante la traversata ci godiamo un po’ di vento sul ponte e un panorama interessante, prima di prendere l’autobus e il treno che ci riporteranno a Tokyo.

Nota: il titolo del post si rifà alla frase che si dice abbia usato Henry Morton Stanley dopo aver ritrovato il Dr David Livingstone, dato per disperso nei pressi del lago Tanganica. Fa ridere? Io mi scompiscio ogni volta che ci penso.

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11 agosto, Tokyo: un indovino mi disse

Chiunque abbia letto “La svastica sul sole” di Philip K. Dick conoscerà il libro cinese degli oracoli I Ching. Tenete quindi bene a mente questa profezia scritta su un omikuji che ho preso al tempio di Asakusa (la riporto nella traduzione inglese così come è presente sul foglietto):

No. 47 REGULAR FORTUNE
Though you always desire to make up your request immediately, even if it takes too long, don’t worry about that. Just like step over many mountains, after so many hard work, your request will come out fine. Treasures and wealth will be in your hand without any trouble.

*Your request will be granted. *The patient will get recovered later on. * The lost article will be found soon. *Building a new house and removal are both well. *To start a trip and its destination are both well. *Marriage and employment are both well.

La giornata inizia con me che mi alzo e scopro il primo difetto della stanza giapponese, se la sera precedente avete letto prima di addormentarvi, fate molta attenzione o calpesterete gli occhiali rompendoli. Esco alla ricerca di un ottico per farli riparare perché già non ci vedo, se poi devo pure decifrare le scritte giapponesi senza occhiali stiamo a posto. Faccio altre due scoperte: i giapponesi non capiscono una parola di inglese e i negozi non aprono prima delle 10.30-11. Al semaforo fermo una signora dall’aspetto europeo confidando nel fatto che almeno lei parli inglese. Si rivela essere una gentile signora russa che parla sia inglese che giapponese e vive da sette anni in Giappone. Mi accompagna dall’ottico dove ci fanno accomodare su due poltroncine bianche davanti a un banchetto bianco in un negozio tutto bianco (non fatevi venire l’orticaria per la ripetizione di bianco, la ripetizione è tipica della scrittura giapponese). Mentre la signora russa spiega auna commessa vestita di bianco cosa è successo ci servono del thè verde dentro tazze bianche. La riparazione richiede pochi minuti e non mi fanno pagare neanche uno yen. Mentre mi dirigo verso la metro in compagnia della signora russa, mi suggerisce di andare a vedere il tempio di Asakusa. Seguo il suo consiglio e mi ritrovo immerso in una folla immensa di turisti. Il tempio è in effetti interessante ma troppo affollato per i miei gusti. Per 100 yen, estraggo una bacchetta con un numero sopra, poi apro il cassettino con il numero corrispondente e prendo un foglio con sopra scritta una premonizione. Mentre passeggio per Asakusa mando un messaggio al mio amico Christian anche lui per caso a Tokyo in quei giorni e ci accordiamo per vederci più tardi. Faccio un incontro straordinario con un anziano signore che parla inglese (questa cosa che l’inglese lo parlano esclusivamente le persone più anziane sarà una costante). Partendo dal calcio, da Nakata e da Zaccheroni mi fa un lunghissimo discorso sul fatto che il popolo giapponese vuole la pace nel mondo e sull’attitudine dei ragazzi occidentali a venire in Giappone per portarsi a letto le ragazze giapponesi, senza comunicare, la sua parola chiave, per niente, intercalando ogni tre parole “You know?”. Vorrei ascoltarlo per ore, ma l’appuntamento con Christian mi costringe a prendere di corsa la metro. L’appuntamento con Christian è alla stessa fermata dell’appuntamento con Kentaro, ma non ricordo l’uscita per cui non riusciamo ad unirci al gruppo giapponese. Ci facciamo una passeggiata e visto che non avevo ancora pranzato, entriamo in un piccolo ristorante. Ordino un piatto a base di riso e manzo (niente male) e da bere ci servono una strana acqua con un retrogusto tra caffè e fumo passivo. Se non fosse che è freddissima e noi assetati probabilmente l’avremmo lasciata lì dov’era. Al momento di pagare mi accorgo di non trovare più il portafoglio. Attimi di panico, mitigati dal fatto che conoscendomi avevo già previsto questa eventualità e quindi nel portafoglio portavo solo il necessario per le spese del giorno, il resto dei soldi, delle carte e dei doumenti era nascosto in vari anfratti e tasche che il viaggiatore esperto conosce bene. Faccio mente locale e mi ricordo di aver tirato fuori il portafoglio alla stazione di Asakusa per comprare il biglietto, quindi decidiamo di tornare indietro a cercarlo, ma ci credo poco. Arriviamo in stazione e vado alla ricerca della signora della metro che mi aveva aiutato a fare il biglietto. Mi accompagna dalla guardia e le spiega cosa è successo. La guardia non si scompone e chiama l’ufficio oggetti smarriti. In effetti hanno trovato un portafoglio, mi fanno descrivere il mio e non corrisponde. La signora però insiste e in effetti la differenza tra la mia descrizione e quella dell’ufficio è di una sfumatura cromatica: io dicevo grigio, loro dicevano argento. Ci accompagnano quindi a vedere questo portafoglio ed è il mio! Decisamente più sollevati riprendiamo i nostri giri.

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10 agosto, Tokyo: amore e desiderio di fratellanza con il popolo giapponese

Il viaggio tra Hong Kong e Tokyo è un trasferimento noioso, in un aereo praticamente vuoto. Atterro alle 18 e devo aspettare fino alle 22 per incontrare il mio ospite Kentaro, per cui decido di prendere il treno per la stazione centrale di Tokyo e lasciare lì la valigia. Primo incontro con i treni giapponesi: costano uno sproposito ma spaccano il secondo. Arrivo a Tokyo che è già buio, visto che in Giappone non si usa l’ora legale ma decido comunque di fare una passeggiata. In realtà torno quasi subito in stazione perché non so quanto ci vorrà ad arrivare al luogo dell’appuntamento. Arriva così il primo impatto con le biglietterie automatiche: una parete enorme di scritte per lo più in giapponese e varie tariffe in base a dove si vuole arrivare sovrasta una fila di macchinette. Ora dico, giapponesi cari, c’è arrivata anche Trenitalia a fare delle macchinette che ti dicono quanto pagare per arrivare nel posto che digiti, perché mi costringete a dovermi prima cercare a mano quanto devo spendere per dirlo poi alla macchinetta? Capite che l’errore è dietro l’angolo, tanto che ad ogni stazione ci sono altre macchinette dedicate all’adjustment fare, che in base al biglietto che inserisci ti dice quanto manca (che significa che macchinette più facili le saprebbero fare). In effetti la metro a Tokyo sembra più la sala slot di un casinò, tra macchinette, lucine colorate, musichette e il rumore delle monete di resto che cade nei vassoi di metallo. Comunque riesco a fare il biglietto, a sbagliare fermata, tornare indietro e arrivare a destinazione con un’ora di anticipo più o meno in quest’ordine. La stazione di arrivo è qualcosa di veramente piccolo, al cui confronto Torricola potrebbe sembrare la stazione Termini e per ingannare il tempo mi metto a leggere seduto su un muretto. Finalmente incontro Kentaro che mi accompagna a casa sua, una moderna casettina dove devi ovviamente toglierti le scarpe sull’uscio e la mia camera ha un’enorme porta scorrevole (più una parete, ma non è di carta), è completamente vuota e si dorme sul futon. Ora, dovete sapere che dormire a pochi centimetri da terra, su una superficie rigida è una delle cose che preferisco di più. Chiacchiero un po’ con Kentaro che mi invita per il giorno dopo a una passeggiata che sta organizzando con un’associazione culturale di cui fa parte, poi esce e io me ne vado a dormire.

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